Sulle prime, come fu detto, Serena non si avvide; fatta accorta, continuò a mostrare di non avvedersi fino a tanto che le fu possibile senza ostentazione; e quando dovette deporre quello scudo ed uscir dalla sua indifferenza e guardare alle nuove sembianze con cui le si offriva l'avvenire, allora si armò di disprezzo e combattè a viso aperto. Fu una lotta muta, tenace, in cui il banchiere portava l'astuzia del non parere e Serena la schietta sicurezza di chi legge in cuore all'avversario.
La posta era palese; il banchiere, avendo trionfato della cortigiana, voleva ora trionfare della donna e farla docile ai propri voleri; la donna, più convinta nel disprezzo, e sprezzante tanto da non curarsi di mantenere alcun imperio, si accontentava di resistere.
Quella scherma di tutte l'ore senza frutto alcuno venne a noia al banchiere prima dell'ottavo giorno. Per uscirne egli fece un errore di tattica. Aveva detto fin dalla vigilia che avrebbe avuto bisogno di trovarsi a Rouen presto, altro non attendere se non un avviso per lasciare Parigi. In quel mattino ordinò venissero preparate le sue valige e «quelle della signora.»
La signora seduta in un canto non mostrò di aver udito e lasciò che il signore uscisse senza nemmeno guardare dalla sua parte. Quando il banchiere tornò, le sue valigie erano pronte, non quelle della signora.
— Avevo pur detto...! gridò incollerito alla cameriera.
— La signora non ha voluto, rispose costei.
Il banchiere ebbe il torto d'aspettare che Serena entrasse a dire qualche cosa, ma l'indolente non disse verbo. Era una mezza sconfitta, a cui non mancava nemmeno la ritirata, poichè il disgraziato sentì improvvisamente il bisogno di andare nelle sue stanze.
Ritornò quasi subito, del tutto mutato nelle maniere. Serena non s'era mossa.
Questa volta la signora fu avvertita in bel modo della necessità della partenza.
— Vi duole? aggiunse il banchiere, radunando in questa interrogazione tutto il fascino della sua galanteria.