— Press'a poco; mi rimangono solo cinquecento mila lire.

— Che non sono vostre...

— Che sono mie. Comprendo quanto vi passa in mente; ognuno ha la sua propria virtù e voi tenete a quella che chiamate la lealtà dei negozi; e anch'io ci tengo; solo, per giudicarne, non uso il criterio delle moltitudini, ma quello della mia coscienza. Dando ascolto a chi strilla si sostituirebbe il sentimentalismo all'onestà commerciale. Non sorridete, signora mia; vi spiego il mio pensiero.

Prima di spiegare il suo pensiero, il banchiere Redi ebbe l'aria di raccogliere le idee.

— Se vent'anni sono avessi chiesto al mondo qualche migliaio di lire per porre in atto un mio buon disegno economico, non avrei probabilmente ottenuto nulla. Supponete ch'io l'abbia fatto, ed abbia raccolto ciò che da simili credulità infantili si raccoglie, la beffa e la miseria, e che allora abbia detto: «bada, il mondo vuole essere ingannato, e mentre non saprebbe perdonarsi d'essersi lasciato gabbare dal sentimento e diffida della compassione che sente e di ciò in cui può veder chiaro, ti apre il cuore e la borsa e ti corre dietro per cacciarla nelle tue tasche sol che tu mostri di andartene per la via della fortuna; bada, tutti vogliono essere onesti, ma tutti credono nella sorte e nel danaro, nell'onestà non credono. Pensaci.» Supponete che io abbia detto tutto ciò in un momento di sfiducia. Questo buon senso, badate, è molto facile a parole, raro in pratica; ed io l'ho avuto, mi faccio giustizia da me. Divenni banchiere. Per quali vie, sarebbe lungo a dire ed inutile, nè mi comprendereste; in questo si compendiano tutte: il disprezzo del danaro, la fede nella fortuna. A molti manca o l'una o l'altra delle due cose: io seppi averle entrambe. In pochi anni la mia riputazione era fatta; cosa difficile nel mio genere di commercio più che in ogni altro; perchè se ad un fabbricante basta produrre merce migliore e darla più a buon mercato per trionfare della concorrenza, a me bisognava ispirare la fiducia col mio solo nome, cogli atti della mia vita, col mio contegno, colle mie parole. La Banca non dà che una derrata, la più difficile, la più soggetta ad avarie — la buona fede. È nulla ed è tutto. Vi tocca dar valore ad un pezzo di carta che non ne ha, fare che una firma diventi una moneta, e la parola una caparra. È difficile molto, ma non tanto come l'avere denaro a prestito da un amico per non morir di fame.

«Non andò molto ed ebbi la soddisfazione di vedere la fiducia pubblica regolarsi dalle mie azioni; il termometro capriccioso della Borsa segnò i miei capricci; gente che non mi avrebbe dato uno spicciolo d'elemosina, per non far la fatica di snodare i cordoni della borsa, non pareva aver altra ambizione fuor quella di mettere al sicuro il suo oro nella mia cassa forte; mille piccole fortune timorose si attaccarono al carro della mia fortuna; fu un'apoteosi. Si commentava ogni mia parola, si almanaccava intorno ad un mio sorriso; alla Borsa, dove non hanno fede se non nella fortuna, mi credevano accorto; fuori mi dicevano sciocco perchè ne avevo un po' l'aria, mi dicevano furbo perchè non ne avevo l'aria. Ebbi anch'io i miei adoratori come voi, e come voi li pagai con un sorriso, con una stretta di mano, con una buona parola; voi colla pompa dei vostri vezzi, io col bagliore dei miei vasellami d'argento e dei miei scudi d'oro. Siamo schietti: guardandovi nello specchio, se pure non siete d'una modestia feroce, dovete confessare a voi stessa che siete bella; io, specchiandomi negli occhi cupidi della folla, finii col convincermi che qua dentro vi era qualche cosa di buono.

Il banchiere appuntò l'indice nel mezzo della fronte e guardò in singolare maniera la sua compagna, la quale sembrava porgere ascolto sbadatamente.

— Non crediate, ripigliò a dire il fallito, che tutto ciò mi costasse alcuna fatica; ebbi le mie brutte giornate, i miei pessimi quarti d'ora, provai gli spasimi d'un'idea che sfugge, d'un consiglio che non viene. Il mio fu lavoro assiduo, indefesso, senza riposo. Non so se voi comprendiate che cosa sia lo struggimento affannoso di chi è costretto a puntellare di continuo un edifizio che può cadere ad un soffio di mala fede; io so quanto valga e vi posso dire che non è lusso, compiacenza o potere che lo paghi. Un uomo d'ingegno, dopo aver faticato tanto, ha diritto, mi pare, agli ozii beati dell'età matura; ed io sono abbastanza maturo per oziare...

A questo punto della sua argomentazione, il banchiere credette di poter spendere opportunamente una sonora risata; ma gli echi di quell'ilarità morirono nello stanzino senza percuotere una sola fibra della statua indifferente che il Don Giovanni in rovina aveva convitato alla sua mensa.

— Ma io non intendo che vi sia capitale dove non fu prima l'economia; ora appunto i cinquecentomila franchi che mi avanzano, rappresentano i miei piccoli risparmi di ogni annata cogli interessi degli interessi, accumulati nel tempo felice. Cinquecentomila lire sono una miseria, ne convengo, ma chi ha saputo sparagnarle sulle spesucce di casa, deve saper vivere lautamente anche con meno. È il doppio benefizio della economia domestica, la quale, come tutte le umane virtù, non dà mai un beneficio solo.