Serena non diceva nulla, ed il banchiere incominciava a sentire il bisogno di essere interrotto.
— Persistete in credere che quei cinquecentomila franchi appartengano di diritto (lasciamo la legge da una parte, che non è sempre tutto uno) ai creditori del fallimento?
Invece di rispondere direttamente, la bella disse, lasciando cadere ad una ad una le parole:
— Il vostro è un fallimento doloso?
L'interrogato esitò alquanto a rispondere.
— Non conosco se non due maniere di fallimenti, disse poi; vi è chi fallisce bene e chi fallisce male; comprenderete che non si nasce col genio del banchiere per finire la vita in prigione, e che io ho fallito bene. Non dubitate, i cinquecentomila franchi che mi rimangono non mi saranno tolti, nè mi manderanno in carcere; i miei registri sono in regola. Io sono un galantuomo che ha scelto un mestiere costoso ed ha fatto male i suoi negozi, dopo di aver reso servigio all'umanità. Che sono i tre milioni consumati in confronto di quelli che passarono per le mie mani? E chi può fare la somma dei benefizi che il mondo ha ricavato dalla mia Banca? Domandatelo agli economisti.
Gli occhioni del banchiere mandarono il lampo di due napoleoni nuovi di zecca e si aguzzarono per leggere in volto alla bella ciò che le passava in cuore.
Vi fu un istante penosissimo di silenzio. Nessuna domanda diretta era stata fatta dal Creso rovinato, e pure era evidente ch'egli attendeva una risposta.
Serena stette alcuni istanti in pensiero, poi disse con voce pacata:
— Se tutto questo mira a liberarvi di me, è una cosa intesa.