— Piglierai i biglietti per Milano, disse Serena.

Erano allora alle porte di Parigi, ma la povera cameriera guardando innanzi a sè non seppe vedere se non la guglia del Duomo.

Il domani, Serena rientrava nella sua deliziosa dimora, dove l'aspettavano i variopinti caladii a cui il bravo Antonio non aveva lasciato mancare nè una goccia d'acqua, nè un raggio di luce, nè un grado di calore.

Era tornata in Milano con una singolare riluttanza, quasi di soppiatto, in una carrozza chiusa di cui aveva calato le cortine, e s'era guardata intorno nello smontare, non certo per paura che alcuno la vedesse, ma come obbedendo ad un istinto.

La furba cameriera, per mettere in pace la propria curiosità, diceva a sè stessa che la padroncina era vergognosa d'essere andata all'estero con un fallito. La riputazione di una cortigiana ha le sue verginità che giova rispettare, e il parer vittima del fallimento del banchiere Redi ne avrebbe offuscato la bella aureola. Ma il ragionamento zoppicava; rendeva conto della timorosa inquietudine di Serena, non della sua determinazione di venire a Milano.

E perchè a Milano appunto, dopo aver detto che sarebbe andata dovunque, a Milano eccettuato?

La cameriera ricordava benissimo d'aver udito quel proposito sulle labbra della sua padrona un'altra volta, contraddetto poi dal fatto nella stessa maniera. E fu precisamente quando il luogotenente Ferdinando, lasciata in una villetta sulla riviera ligure l'amabile compagna, non s'era più visto. Anche allora l'abbandonata voleva andare in capo al mondo, tranne che a Milano, dove era poi andata per davvero. In tutto ciò doveva essere un segreto che la padroncina aveva avuto il torto di non confidare, come nei melodrammi e nelle commedie, alla sua Vespina. Quanto ad indovinarlo, la giovinetta, piena di buona volontà, vi si era pur provata, ma non era venuta a capo di nulla. Ah! se si avesse avuto bisogno dei suoi servigi un paio di anni o un paio di mesi prima, tanto che non le mancassero le fondamenta per un solido edifizio di congetture, voglio dire le nozioni indispensabili ad ogni cameriera, allora il segreto di Serena non sarebbe più un segreto, e da un pezzo Marta ne avrebbe detto qualche cosa a chi legge. Ma così costretta a congetturare sovra congetture, ad appoggiare ipotesi sovra altre ipotesi, la poveretta non ci ha colpa davvero se non ne sa nulla.

Una cosa colpì Serena al primo entrare nella sua abitazione e fu l'apprendere che il giorno innanzi era stato a chiedere di lei... chi?... Maurizio. Maurizio il quale doveva saperla partita! Ed a qual fine? E che aveva detto? E che aspetto mostrava? Il colossale Antonio non sapeva rispondere a siffatte domande e ad altre tali che la signora aveva sulle labbra. Il signor Maurizio era venuto alla vigilia, intorno alle due, vestiva di nero e portava neri i guanti, aveva chiesto della signora colla massima naturalezza; inteso come fosse assente da Milano, aveva lasciato il suo biglietto di visita e promesso di ritornare il giorno di poi...; «oggi...» aggiunse il servitore in maniera di commento.

«Oggi!» balbettò la bella tra sè e sè, pigliando il biglietto di visita che le veniva presentato.

Il servitore stette alcuni istanti in aspettazione, poi vedendo che più non gli si badava si allontanò in silenzio; Serena rimase ritta nel mezzo del salotto, immobile e mutola, finchè lo scatto improvviso d'una molla la fece sobbalzare. Si volse e guardò l'orologio a pendolo intanto che sonava le due.