Intanto la notizia della morte di Paoluccio si è sparsa per lo stabilimento. Costui che parla sottovoce col reverendo, è stato uno dei primi a saperla, in grazia del sistema di spionaggio in cui persiste da dieci anni per la difesa propria e de' suoi compagni; egli vuol persuadere il reverendo, il quale lo ascolta a bocca aperta, che se Paoluccio è morto, segno è che non poteva più durare in quella vita, e che bisognerà in avvenire raddoppiare la vigilanza. Altrove si vuol sapere di qual malattia è morto, e nessuno lo sa dire: gli uni escono nel cortile e levano il capo verso la finestra della stanza mortuaria, altri si accoccolano nel canto più oscuro, e babbo Jacopo passeggia su e giù senza badare a nissuno, ma col volto rincupito più del consueto e col passo malfermo. Il solo indifferente è il professore Rigoli, su cui pare che il dolore non possa assolutamente nulla. Se alcuna cosa lo tocca da vicino, è il vedere come un avvenimento tanto naturale, qual è, nell'ordine dei fatti, la morte d'un uomo decrepito, impressioni tanto quelle teste vacillanti. E siccome nessuno gli bada e gli cuoce il non veder la solita allegria, spinge le palle a carambolare sul biliardo, muove le pedine sullo scacchiere, mescola e taglia i tarocchi, legge forte i giornali e picchia sulla tastiera del pianoforte.


E in quello stesso mentre, in una camera al primo piano i canarini ripetono una strofetta spensierata alle orecchie di un grosso micio, che socchiude ogni tanto gli occhi per non far villania ai concertisti, e una bionda creatura con un volto che pare un bocciolo di rosa, si stringe amorosamente al petto del dottor Parenti, il quale ha qualche cosa che non vuol dire.

Ma tanto fa la fanciulla, che egli è costretto a dirla:

«Paoluccio non è più pazzo!...»

Due lagrime, che la piccola Olimpia aveva sul ciglio da un pezzo, sgorgano in silenzio e rigano il bel volto.


Il giorno successivo si annunziò con uno splendido mattino. I rami degli alberelli nudi che crescevano nel cortile del manicomio, parevano levare in alto le loro gemme per scaldarle ai raggi di quel sole primaverile; le vetrate scintillavano, ed un magnifico cielo azzurro si incorniciava nelle quattro ale di muro. E nondimeno, quanta mestizia in quel luogo!

Una cerimonia lugubre si era compiuta all'alba. Il povero Paoluccio era stato vestito coi suoi migliori panni, e gli si era presa la misura per la bara, che aveva dovuto essere molto lunga; il falegname, sapendo di aver da fare con un collega, s'era fatto scrupolo di servir a dovere il suo cliente ed aveva scelto assicelle di abete stagionate, e s'era vantato che il morto stesso non avrebbe fatto meglio; tutte queste cose, se non erano verissime, formavano l'argomento dei melanconici crocchi dei pazzi. Quella mattina passò tristamente; si aspettava la sera, e non si sapeva far altro.