E la sera venne, e finalmente la triste curiosità fu paga: una lunga bara chiusa attraversò il cortile e fu deposta nella cappella; a quella vista taluno fuggì pauroso, altri rimase come istupidito a guardare, senza lagrime e senza parole, i più vennero dietro la bara.
Si udì un lieve bisbiglio come ai preci; poi la bara ruppe un'altra volta la piccola folla e fu posta sopra un carro. Così Paoluccio lasciò l'ospizio.
I suoi antichi amici si sbandarono allora e si raccolsero, in vari capannelli, ma non ritrovarono le liete ciancie; il solo professore protestava mani e piedi contro l'incomprensibile inerzia dei compagni.
Mario aveva voluto accompagnare il povero vecchio fino al cimitero e lo vide calar nella fossa a ciglio asciutto, senza dolore, anzi con una specie di tenerezza profonda, con un sentimento quasi di gioia. Un istante pensò a rendersi conto di quanto avveniva dentro di sè, e parendogli colpa il non avere il cuore rotto dall'affanno, provò ad affliggersi. Ma la sua stessa pietà fu ribelle a quell'ipocrisia. E poi no, non era luogo a mestizie; guardando il fondo della fossa tranquilla ed il magnifico azzurro del cielo ampio come una promessa, e sentendo l'alito fresco del mattino, pensò che quel viaggiatore smarrito aveva cessato allora solo d'essere meritevole di lagrime.
E poi, poteva egli impedire al cuore di battergli forte e giocondo? Non si era mai sentito tanta vita nè tanta felicità; ritrovava insieme l'affetto d'un padre, e nel padre un amico, e sè stesso e la fede dei primi anni smarrita nella ritrosia dell'amor proprio. E sopra tutto ciò l'amore per Donnina, l'amore di Donnina ed il carezzevole pensiero dell'avvenire, ampio tanto quando si hanno ventitre anni e si ama!
Guardata dietro il prisma dei suoi affetti, anche la bara di Paoluccio gli sembrava sorridente, e quella sepoltura aveva quasi i colori di una festa. Ebbene, sì, una festa, ora che la terra ha cancellato le tracce del dolore, se le voci dell'anima non sono una menzogna, se quel cielo infinito non è un deserto, qualche cosa di colui che fu Paoluccio rimane ancora... e fa festa!
XXXVI. POVERA OLIMPIA!
Olimpia ha spiato dalle persiane socchiuse i passi di Mario, e non oggi solo, ma ieri, e ad ogni volta che egli è uscito di casa od ha attraversato il cortiletto. Ella sa tutto, la disgraziata fanciulla, sa tutto! Ed oh! se le rimanesse tempo e comodità di piangere, quante lagrime verserebbe sulla propria sorte! Ma sì! Non si ha mai finito di dar sesto alla casa, e poi ci è sempre quella Semplicetta che ha l'aria di aspettare la prima lacrima per versarne un torrente, oppure il babbo, il malizioso babbo, con quegli occhi fatti apposta per sgominare ogni proposito in petto alle figliuole melanconiose.
Basta, è un gran dolore non essere padrona delle proprie lagrime, e non poterne versare nemmeno una quando vorrebbe versarle tutte per fargli dispetto. Potesse almeno dirgli, poichè il cattivaccio ne ama un'altra e vuole sposarsela, che a lei non ne importa un bel niente, e che anch'essa ama un altro e se lo sposerà! Potesse dirgli questo, via, sarebbe già una magnifica vendetta! Ma nemmeno, nemmeno! Non ci è un cane che la guardi, la poverina! Se vuole sfogare il malumore non le rimane che Semplicetta; ma la matrona dei fornelli mette tanto buon volere a lasciarsi tormentare dai capricci della padroncina, che costei si pente prima ancora di stancarsi.
Ditelo voi, non è vero che è una disgraziata creatura? Vi sono dei momenti in cui crede proprio che ne morrà, e si guarda nello specchio e si trova un'aria patita, e si prova a tossire per vedere se potrà buscarsi una bronchite! E immagina di vedersi morta, di veder lui lagrimoso dietro la bara, col petto straziato dai rimorsi. Anche questa sarebbe una magnifica vendetta!