E tende l'orecchio come timoroso di non afferrare subito la risposta, e fissa gli occhi spalancati in volto al giovane, o lo eccita, crollando il capo e sorridendo amorevolmente, a rispondere.
Mario non sa credere ai propri sensi: quell'uomo che vede, quelle parole che sente, il pensiero melanconico che gli balena, ed insieme la grandiosa speranza che gli empie il cuore, gli paiono cose di sogno. Sa come Camilla sia il nome vero di Donnina, e come Donnina abbia un padre che non è babbo Ciro!
Allora guarda il volto severo dello sconosciuto, interroga le vesti ch'egli indossa e tenta di indovinare quell'enigma. Maurizio (il lettore l'ha riconosciuto), continua a crollare il capo ed a sorridergli.
— Conosco una fanciulla che si chiama Camilla, ma non so se sia la vostra figliuola...
— È la mia, vi dico che è la mia...
— Quella che io conosco ha un padre, il maestro di scuola...
Le labbra di Maurizio incominciano un amaro sorriso, che subito si cancella.
— Il maestro di scuola non è suo padre, ribatte con faticosa dolcezza; il padre di quell'amorino sono io: quella bambina cara mi appartiene, vi dico che mi appartiene, che è mia... e posso provarlo.
La voce di Maurizio ha preso a poco a poco l'accento della collera; ma quella collera è così paurosa e quella paura così straziante, e quei modi così singolari, che Mario ne è commosso e si affretta ad interromperlo:
— Non ne dubito, voi dovete saperlo...