Ma il dottore è in buona fede e mortifica così la propria impazienza.
Fulgenzio non risponde; pensa al dolore profondo dei due vecchi, all'amarezza dei loro cuori dissimulata sotto un sorriso straziante, e intanto che il dottor Parenti mena la frusta sulle groppe dello Spartaco della razza cavallina, per poco non obbedisce all'istinto di appoggiarsi colla schiena ed appuntare le gambe e far forza per ritardare quella corsa niente affatto sfrenata.
Ma il tempo corre più veloce del cavallo; tre quarti d'ora sono passati; ecco il noto filare di gelsi, ecco l'unica via di A..., ecco l'insegna della Salute, e la scuola comunale, e la scolaresca che esce chiassosa dalla lezione del mattino, ed il melanconico sorriso di maestro Ciro, il quale indovina tutto e s'ingegna di fare accoglienze festose ai nuovi arrivati.
Il dottor Parenti premette, in forma di preambolo, che i preamboli sono inutili; si fa venire innanzi Donnina, le piglia le mani, e le domanda ridendo se sarebbe contenta di ritrovare il suo padre vero.
Il padre falso, il quale non era molto lontano, nè molto occupato a sfogliare un libro, come voleva far credere, a questo punto si ricorda d'aver dimenticato qualche cosa e corre di sopra frettoloso. E mamma Teresa, che non lo ha perduto di vista un momento, dietro.
Il povero maestro Ciro, giunto nella sua camera, si butta colle braccia protese sul letto matrimoniale, e nasconde la testa fra i guanciali, di modo che la faccia sparisce e la canizie si confonde con lieve disuguaglianza di tono nel candore delle lenzuola. Ma la formidabile mamma Teresa lo raggiunge, gli afferra un braccio, lo scrolla, una volta, due, finchè il poveretto è costretto a rialzarsi ed a mostrare la faccia rigata da due grosse lagrime.
Mamma Teresa si prova due volte ad avventare la sua terribile collera, ma un importuno singhiozzo le toglie le parole — alla terza riesce.
— Ti pare questa la maniera? Proprio questa? Venire qui solo?... perchè poi?... per piangere.... come un fanciullone?... Già tu credevi di farla franca... e che io non ti avessi a vedere? Che dirà Donnina?
Ma mentre così parla, la sua voce è rotta dall'affanno, e quelle parole di rimbrotto le vengono fuori tenere e dolci come una carezza.
— Hai ragione, dice il signor maestro, asciugando gli occhi e rizzando il corpo; hai ragione; che dirà Donnina? Io sono un egoista, un ingrato verso la Provvidenza, un cattivo amico della mia creatura; ho in petto un cuore feroce.... non dire di no.... ho in petto un cuore feroce, che invece di rallegrarsi del bene di Donnina se ne addolora... Tu non crederesti che io sono giunto fino a desiderare che quel babbo non s'avesse a ritrovare, ebbene, sì, io ho desiderato questo!