Poi ridiventando serio, parlò colla massima gravità così:

— Generose ubbie, ma in fondo sciocchezze; tu hai da sposar Donnina, non il babbo, e l'avresti sposata anche senza i milioni del babbo, e forse sarai ancora in tempo, perchè ai milioni dei pazzi io non credo finchè non gli ho contati — in fine tu non sei il primo venuto, sei medico, chirurgo, ostetrico, hai un pozzo di scienza, che nissuno sa quanto valga... meglio di noi. Pensiamo a guarire Maurizio, il resto verrà da sè...

— E lo guariremo?

— Cioè, lasceremo che guarisca; è una gran concessione in bocca nostra. Quell'uomo ha seco il suo medico e la sua medicina... Camilla!

XLII. AL CAPEZZALE DELL'INFERMO.

Il dottor Parenti si contraddiceva un pochino per desiderio che le cose andassero a meraviglia, ma aveva ragione di dire che Maurizio aveva seco il suo miglior medico e la sua sola medicina... Camilla!

La buona giovinetta aveva preso l'ufficio d'infermiera con un entusiasmo tranquillo, punto punto parolaio, che le traluceva nello sguardo e nel sorriso, melanconico insieme e lieto, con cui s'ingegnava d'incoraggiare la terribile mamma Teresa al sacrifizio di lasciarle fare quel che voleva, vale a dire vegliare fino a tarda notte al letto del babbo, e non istaccarsi quasi mai dal fianco dell'infermo.

Quanto a Maurizio, pareva essersi rassegnato all'idea di starsene a letto, e non cercava nemmeno più di alzarsi; solo, per non dire le matte stravaganze, sembrava aver fatto proposito di non fiatar parola, e di solito se ne stava lunghe ore cogli occhi socchiusi, salvo a riaprirli ogni volta che Donnina faceva atto d'uscire dalla camera o solo di muoversi.

«In fondo una pazzia tirannica, la peggiore delle pazzie e delle tirannie,» avrebbe detto mamma Teresa se avesse osato manifestare tutto il suo pensiero. Per il dottore invece lo stare in silenzio, il tener gli occhi chiusi, il ricercare Donnina cogli sguardi erano tutti buoni indizii.

Certo qualche gran cosa avveniva nell'animo di Maurizio. A Donnina, la quale lo spiava attenta, non era più accaduto di vedergli in volto quello smarrimento che l'aveva tanto sbigottita sulle prime; e nei fuggevoli momenti in cui l'infermo riapriva gli occhi e s'incontrava collo sguardo della sua creatura, egli pareva lottare un istante dentro di sè, poi si ricomponeva alle sembianze del sonno. Molte volte aveva l'aria di dormire davvero, e quando Donnina, fidandosi a quell'apparenza, si buttava vestita sul lettuccio in fondo alla camera e cedeva ella stessa al sonno, allora il povero infermo si rizzava trattenendo il respiro a mezzo il corpo, ed appuntando i gomiti al guanciale, figgeva l'occhio avido e timoroso nel caro viso dormente, e rimaneva così un gran pezzo, agitato da un lieve tremito, e finalmente usciva in un dirotto pianto senza singhiozzi.