Pur non sapendo nulla di questo, e più per potenza fatidica del desiderio che per accortezza di medico, il dottor Parenti aveva sentenziato che Maurizio «faceva l'esame di coscienza ed era bell'e guarito.»
Erano così passati tre giorni. Il quarto mattino, quando Donnina venne presso al letto del babbo e gli baciò la fronte senza dir parola, Maurizio aprì gli occhi e li tenne lungamente fissi nel leggiadro volto della sua creatura, e si guardò intorno, e parve lottare senza sapersi indurre ad una determinazione, finchè entrò sulla punta dei piedi mamma Teresa, a decidere l'esito della lotta; Maurizio richiuse gli occhi e non disse verbo.
Passò quel giorno, e parve lento; venne la notte. A Donnina riuscì di mandare la mamma a letto più presto del solito per rimaner sola coll'infermo; e non appena fu sola la disse per la prima volta la soave parola, che le tremò nelle labbra come confessione d'innamorata:
«Babbo!»
Maurizio pose un braccio sull'omero della fanciulla, e le favellò sotto voce con un singolare accento carezzevole, come se parlasse ad una bambina:
— Tu gli vuoi bene al babbo; io ti leggo in cuore; so che tu sei buona: tu gli vuoi bene al babbo!
E siccome la fanciulla fece atto di portare la mano dell'infermo alle labbra, egli la trattenne, e le accennò di andare alla scrivania, e come vi fu, di aprire un cassetto. Donnina l'aprì e ne trasse alcuni fogli piegati che portò sul letto del padre. Il quale spiegò i fogli e li pose sotto gli occhi della fanciulla. In capo alla pagina erano queste parole scritte con mano tremante:
«A mia figlia»
Maurizio aveva chiuso un'altra volta gli occhi e stringeva nelle proprie una mano di Donnina.
Era la notte alta, il silenzio profondo tutt'intorno, ed al lume della lampada notturna, la giovinetta lesse quei caratteri diletti che vedeva per la prima volta.