Il cuore le batteva forte.

XLIII. A MIA FIGLIA.

«Sì, queste parole che io scrivo sono per la mia piccina, per te, Camilla mia, per te sola! Hai tu pensato mai al tuo babbo? E ti hanno insegnato a pregare per lui? E se hai chiesto perchè non venisse ad abbracciarti ed a portarti le chicche e la bambola, ti fu risposto che era un poveretto, e che solo la disgrazia lo teneva lontano dalla sua creatura? E ti hanno almeno detto che avevi un altro babbo, che non era il maestro di scuola?

»Ebbene, se non lo sapesti mai, apprendilo ora che tu hai un babbo vero, un babbo che fu molto infelice se non potè averti al fianco, un babbo che ancor oggi ti scrive non osando mostrarsi a te all'improvviso, per paura d'apparirti come uno sconosciuto, o forse come un nemico dei tuoi affetti.

»E pensa pure le mille colpe per fargliene carico, e poi le confronta con questa unica immagine d'un padre, il quale non osa mostrarsi alla sua figliuola, e teme di non ritrovare mai aperto l'ingresso del cuore di lei, e di' solo allora che egli non merita la beatitudine per tanti anni rifiutata.

»Tu non sai che io venni ad A... per vederti, per udire la tua voce, per abbracciarti, e mi mancò il cuore; e che dopo avere sognato per via il tuo sorriso, la tua parola, le tue lagrime dolci, t'immaginai fredda, impassibile, muta, ed ebbi paura e fuggii. E che ritornai il dì di poi, e mi spinsi fino alla svolta del sentiero, e gettai uno sguardo sulla via sperando il caso te la facesse attraversare allora perchè io ti vedessi un istante, e che, nascosto dietro una acacia, da prima contai le acacie che mi separavano da te, ed eran cinque, e poi cercai cogli occhi la tua finestra, e dissi che doveva esser quella, quella o nessun altra, e vidi un vetro rotto, e pensai che il vento avrebbe potuto ammalarmiti; e che immaginai la felicità di poter attraversare quel breve tratto di via, entrare nella porticina della scuola, chiedere di te, e condurvi meco te, il maestro Ciro e la mamma, e spartire fra voi le mie ricchezze, conservandomi solo l'amor tuo — e intanto non mi moveva, e se qualcuno passava pel sentieruolo, mi davo l'aria d'un indifferente perchè non si comprendesse quest'orribile segreto di un padre che non osa mostrarsi alla sua creatura. E quando, stanco di un'inutile lotta, assalito da mille idee insieme, mi provavo a fuggire, dicendo a me stesso che il mio passato era un sogno, che non avevo figli, che non avevo affetti, che altro non mi rimaneva al mondo se non i miei cumuli d'oro, inutili ed odiosi, pareva che qualche cosa mi trattenesse, e rifacevo la via indietro, e ti venivo più presso, più presso, più presso ancora, e finalmente me ne andavo voltandomi ogni tanto per vedere se mai qualche segreta voce avendoti parlato del padre tuo, non fossi tu pure venuta a vedermi di nascosto attraverso la siepe.

»Ma finchè durava il giorno, io era solo; alla notte no, chè allora tu mi seguivi davvero, e sentivo i tuoi piccoli passi frettolosi, e rallentavo l'andatura per stancarti meno; ma se mi fermavo ad aspettarti, e tu pure ti fermavi; e se mi volgevo, ti appiattavi dietro un gelso della via maestra, ed altro non mi lasciavi vedere se non i ricci de' tuoi capelli. Erano fantasmi, erano sogni, erano paure; all'ingresso della città, dov'io ti aveva dimenticato per tanto tempo, tu mi abbandonavi. Rientravo in casa solo!

»Non oggi per la prima volta mi venne in mente di scriverti, ma oggi solo mi sento la forza di tornare indietro nella mia miserabile esistenza, ed il coraggio di guardare nel mio cuore. Anche ieri lo tentai, e feci prova di radunare le mie memorie, ma non mi parve di poter resistere alla lenta tortura dello scrivere; le idee mi si presentavano in folla, l'impazienza mi vinse, e ancora volli parlarti, ed ancora me ne venne meno la forza. Oggi sono tranquillo. Pure avrei già dovuto essere lontano, ed incomincio appena.

»Sono molti anni, non so bene quanti; parlo di un tempo in cui io era un giovinetto baldo, e la tua mamma che ora dorme nel cimitero, una ingenua sognatrice, la quale nelle mie braccia vedeva ad occhi aperti un avvenire leggiadro per la sua creatura, per te.

»Poveretti eravamo entrambi, ma ricchi di speranze e d'amore. Ci eravamo sposati a dispetto d'un mio zio, unico parente rimastomi, il quale mi dava una misera pensione pur vivevamo lieti in una cameretta, sotto il soffitto, non d'altro allegri che dei raggi del sole e dell'ampio spettacolo dei monti. Sopportavamo gli stenti senza avvedercene; io componeva strofe ed essa le cantava; aspettavamo l'avvenire, avevamo molto tempo dinanzi.