»Portava il tuo nome — Camilla — e mi amava. Ella era tutto per me; la mia famiglia incominciava e finiva in lei. Il padre mi era morto da alcuni anni, e non mi avea lasciato in cuore la memoria delle sue carezze. Era uomo severo, taciturno; non mi dava dimestichezza, ed immaginava di essere il migliore dei padri, perchè ingegnoso in mille modi di provvedere al mio avvenire. La morte lo interruppe in quell'opera; mi lasciò povero d'oro e di conforti; non mi diede l'avvenire pensato nè la cara memoria del suo affetto. Lo zio aveva presa altra via; era rimasto scapolo e s'era arricchito col risparmio; ma aveva la stessa natura rigida, e voleva facessi non so che, e sposassi non so chi per fargli piacere. Ma io amava Camilla e la sposai essa mi fu madre, amica, sorella — fu tutta la mia vita. Facevamo insieme mille disegni, mille fanciullaggini; dall'alto del nostro nido guardavamo alla folla che passava sotto con una specie di pietà sincera; non ci pareva che il mondo avesse due più felici di noi. D'inverno mancava la legna al focolare, e la neve disciolta gocciolava nella camera; ma non perciò si soffriva; ci rimaneva il sole; e quando mancava anch'esso avevamo la giovanile baldanza, inesauribile, ed un altro cielo senza stagioni, ed un altro sole senza tramonti.
»La mia Camilla era bella, era buona, e mi amava, e l'amavo — morì, dopo averti dato la vita. Ah! se io avessi potuto anticipare di una dozzina d'anni il nostro sogno, e darle gli agi che ella fantasticava meco per farmi piacere, ma senza desiderio; se avessi potuto condurla ad abitare in una camera molto calda, e farla curare da un medico non frettoloso, come i medici della povera gente, e nutrirla di cibi sani!... Ma io era povero, l'inverno rigidissimo — e la mia compagna mi lasciò solo. Da principio non mi parve vero; la morte le aveva lasciato la sua bellezza ed il suo sorriso; ma quando, allontanato ogni estraneo, feci prova di risvegliarla, e compresi che tutto era finito, mi buttai per terra smaniando, e, come vennero a portarmela via, lasciai fare sbigottito.
»Si bisbigliava di me che ero pazzo, che mi si erano confuse le idee; io sapeva d'averne una chiara e mi andavo dicendo che la finestrella dell'abbaino era alta e metteva sul lastrico sottoposto, e che avrei potuto per quella via raggiungere la mia diletta.
»A te non pensavo; ti avevo vista appena; quasi mi ero dimenticato d'esser padre; mi fu ricordato in buon punto un istante di compassione, non l'amore, mi fece accettar la vita. Ciò che io provava in vederti era un sentimento angoscioso, indefinibile; invece di rallegrarmi, davo in ismanie, e se tu, allattata da una vicina, piangevi, forse per iscarsità di cibo, mi pareva d'udire la voce prepotente d'un tiranno che avesse voluto venire al mondo camminando sulle rovine del mio cuore. In fondo era quasi un sentimento d'odio; ti accusavo di avermi ritolto tutto e di non potermi dare nulla in compenso. Non ti amavo, no; la paternità non è un sentimento istintivo quanto si dice, e tu non sapevi se non piangere, come se fossi nel tuo diritto.
»Provando a rendermi ragione di ciò che mi passava in cuore, vi fu un istante in cui mi accusai d'ingiustizia, e per darmi pace colorai col pensiero un avvenire con te, una vita consacrata a te, e sorrisi lacrimando a quell'immagine, e dissi a me stesso che tutto di Camilla io non aveva perduto, se tu mi rimanevi, e te chiamai Camilla; ti vidi col pensiero cresciuta, carezzevole, somigliante alla mamma nel volto e nel cuore, cercai nelle tue sembianze infantili le traccie di quelle che mi stavano sempre innanzi agli occhi; mi accesi d'un improvviso entusiasmo e giurai di consacrare a te sola la mia vita; quando venne l'ora di doverti lasciare colla nutrice, credei di provare una vera pena, e rimasto solo mi chiusi in camera e piansi, e piansi... ma non te, colei soltanto che era scesa sotterra, e la terribile solitudine e l'assoluta vedovanza del cuore! Non ti amavo, no; e poteva io amarti allora? Sapevo la perduta immensità degli affetti e delle speranze; a te, piangente, senza lagrime sul cumulo di quelle rovine ed incapace di conforti, già più non pensavo.
»In quei giorni lo zio, saputo della morte di Camilla, mi scrisse — una lettera fredda, pacata, in cui, senza dirlo, appariva la contentezza dell'uomo che vede la via aperta ai primi disegni; di te non parlava come se non esistessi; incollerito risposi che avrei continuato a vivere a modo mio, mi togliesse anche ogni suo piccolo soccorso, gli sarei grato se così potesse affrettarmi la morte; la mia ira santa era per la morta; di te non dissi parola.
»Venni rare volte a vederti, a lunghi intervalli, e sempre mi trattenni poco; m'imponevo con giubilo mille sacrifizii per provvedere al tuo mantenimento; avessi io potuto vivere senza spendere uno spicciolo, tutto avrei speso per te, ma il mio cuore era uno scrigno vuoto — non ti amavo. Tu crescevi e ti facevi bella; la tua nutrice ti voleva bene come a creatura sua, e tu per lei sola trovavi il riso giocondo e le carezze; me non conoscevi e guardavi appena.
»Fu una nuova ingiustizia la mia, te ne feci carico! il vedere un'estranea — io così chiamava la tua nutrice, l'unica persona al mondo che t'amasse — preferita a me, tuo padre, era una crudele ferita alla mia superbia.
»Intanto le tribolazioni della mia vita crescevano; lo zio insisteva colle lettere e col silenzio perchè mi ponessi in altro ordine di studi da quelli che prediligevo, e quando vide ogni suo tentativo vano, ricorse all'estremo: mi tolse la mesata. Allora per la prima volta sentii nel cuore una forza nuova; accettai la miseria francamente, cullandomi d'ambiziosi sogni e vivendo fra indicibili stenti. A te non pensavo; e pure mi fu forza cessare per qualche tempo di mandare alla tua nutrice, povera anch'essa, il denaro pattuito.
»Alcuni mesi di poi, venni al paesello con animo di rimediare a quella dimenticanza; avevo qualche centinaio di lire, mi pareva d'essere padrone della mia sorte; trovai la nota casicciuola abitata da altri e seppi che la tua nutrice era morta e che tu eri stata raccolta dal vecchio maestro di scuola del villaggio. Volli venire a vederti; ma erano passati tanti mesi, non osai mostrarmi a quella gente; volli trovare un pretesto per discolparmi, ma la mia fierezza si ribellò; lottai dentro di me, e finii col volgere le spalle al paesello senza averti visto.