»Facevo proposito di scriverti e di venir più tardi, quando avessi prevenuto il maestro di scuola; ma appena fui a Milano pensai ai casi miei, mi chiesi che avrei fatto di te, inesperto ancora della vita, povero e solo; temei, svelandomi a maestro Ciro, che egli volesse ridonare al padre la sua creatura, e feci proposito di tenermi nascosto. Non si sapeva il mio nome; e mi sarebbe stato facile soccorrere i nuovi genitori senza svelarmi. Avrei aspettato che tu fossi cresciuta e ch'io avessi fatto fortuna, poi sarei venuto a riprenderti... E intanto?
»Intanto io sapeva di vincolarmi a non vederti, a non avere tue novelle, e lasciarti crescere orfana, a permettere che il tuo cuore si aprisse a tutti gli affetti senza passare per quello di figlia! Ma di questo non mi doleva, perchè ti conosceva appena; nel mio cielo eri come un cirro che si dilegua al più lieve soffio di vento — e già mi soffiava in petto l'uragano.
»Per questa serie di errori, io non sapeva però di perderti per sempre; non m'ero arrestato ad immaginare tutte le conseguenze della mia condotta, non avevo misurato le mie forze e non avevo tenuto conto degli ostacoli che mi avrebbero creato la mia fierezza e la tua fierezza, ed i tuoi nuovi affetti, e l'aridità del mio cuore, più tardi, quando fosse giunta l'ora di mettere in atto il bel sogno. Ma altro era il mio sogno. Fra i molti idoli che formano il trastullo della vita, me n'ero scelto uno che credevo di non dover infrangere capricciosamente mai — l'indipendenza. Più tardi fu l'ambizione, più tardi la ricchezza, e più tardi assai, riconosciuto stolto ogni culto in cui non abbia parte il cuore, mi arse la febbre di ricostrurre i vecchi altari colle loro rovine.
»Divenuto ricco — e fu vicenda necessaria che avrei indovinato se avessi avuto in cuore l'affetto non ingannevole, invece delle bugiarde passioni — divenuto ricco, arrossii di me stesso, ebbi vergogna di mostrarmi nel mondo che mi aveva aperto le sue porte con una figlia apparsa all'improvviso, e t'immaginai indifferente al padre tuo, rimasto per te un estraneo, amantissima di coloro che ti avevano date le carezze, aperto il pensiero, ed educato il cuore — mi rassegnai a perderti.
»Allora incominciò il rimorso, incominciò il dolore; e venne l'angoscia delle notti insonni, e vennero gli sgomenti dell'età, e le paure della solitudine; e una smania segreta, indefinibile, tormentosa d'uscir da me stesso, di soffocare nel piacere la coscienza; e poi la sazietà, il disgusto, il martello del pensiero e del cuore, e finalmente il supplizio della ragione che si ecclissa e ritorna a balzi a farmi accorto e pauroso di me stesso.
»Questo fu lo sciagurato tuo padre; uscendo dalla ignara dimenticanza in cui ha vissuto lieta finora, per saper d'aver un padre, prima di respingerlo da te, ecco tu puoi almeno dire a te stessa: «questo fu il mio padre sciagurato!»
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Non era qui tutto; seguivano due pagine di fitto carattere, che apparivano scritte più di recente; in esse il povero padre riepilogava a stento le proprie idee, e molte volte ripeteva il già detto; e molto parlava con insistenza delle proprie ricchezze, che pareva voler mettere in mostra come una tentazione. Quel caos d'idee sconnesse era rotto a mezzo con uno sgorbio. Era caduta la penna di mano allo scrittore, e da quel che pareva, insieme colla penna una lagrima... Ma per quell'una, Donnina ne verserà cento; la poveretta ha il cuore gonfio, le vengono alle labbra mille tenere parole; le si oscura la vista ed appoggia il viso, più leggiadro nell'espressione della tenerezza e del dolore, al volto del padre.
Maurizio ha sentito fremere nella sua la mano di Donnina; il cuore gli batte...
Ed anche ora che il volto della fanciulla si appoggia al suo volto, e che sente le lagrime di lei confondersi colle proprie lagrime, anche ora non osa guardare a viso aperto una felicità a cui non sa credere, e, come timoroso che il caro fantasma notturno si involi, continua a tener gli occhi chiusi ed a stringersi al cuore agitato la propria creatura.