«Signore,

«Perdonate la mia cecità, ma non attribuitemi, vi prego, alcuna intenzione di offendervi. Il mio danaro è sospetto e non può fare il bene senza nascondersi; ma non per questo io mi celai; non un benefizio, nè un'azione generosa io contava di fare, ma veramente una specie di restituzione, poichè so che il vostro patrimonio fu ingoiato dal banchiere Redi. In fondo, avete ragione, la cosa non muta aspetto, e perciò vi prego nuovamente di perdonarmi. Siate felice come meritate.

«Serena.»

XLVI. IL PROFESSORE RIGOLI RICEVE UNA VISITA.

Alcuni giorni dopo gli avvenimenti narrati poco prima del mezzodì, il signor Fulgenzio era nel camerino intento ad interrogare un enorme registro, quando un inserviente venne a dirgli che una signora domandava di lui.

La signora entrò: vestiva a bruno ed attraverso un velo nero che le scendeva fin sopra il mento, mostrava un viso giovane e bello: si lasciò cadere sulla seggiola offertale dal vecchio direttore, e si volse a guardare la porta d'onde era venuta, con visibile titubanza. Pure nel parlare, salvo un tremito quasi impercettibile, si mostrò franca.

— Perdoni, diss'ella, il mio imbarazzo; è la prima volta che mi accade di entrare in un manicomio, e vengo a compiere una missione dilicata; non sono un'eroina, come vede.

E lasciò indovinare un sorriso mesto, che non apparve attraverso il velo.

Il signor Fulgenzio s'inchinò e prese quell'aspetto arrendevole di fanciullone che fa serene e paterne tante belle teste di vecchi.

— Io ho un'amica, continuò a dire l'incognita rinfrancata, e quest'amica ha qui un parente... da qualche anno, di cui non ebbe mai notizie, e che non osa venire a vedere essa stessa...