Il professore Guido Rigoli se ne stava nel mezzo del cortile sull'estremo lembo della lunga ombra gettata da un'ala dell'edifizio, guardava con visibile compiacenza ai raggi del sole che dardeggiava sulle vetrate dirimpetto, e sorrideva a sè medesimo.

Serena lo vide, e spalancando le imposte gridò con voce straziante: «Guido, Guido!»

Sentendosi chiamare a nome e vedendo una signora in faccia a lui, il professore non venne meno alla propria educazione eletta ed alla naturale squisitezza delle sue maniere, e fece due o tre inchini profondi.

Serena si rovesciò come istupidita nelle braccia del signor Fulgenzio.

Alcuni istanti dopo la disgraziata donna, uscendo come da una lunga dimenticanza, si vide in una camera ignota, sopra un lettuccio, e vide chino sul suo un volto color di rosa, d'una bellezza quasi infantile, ed un sorriso pietoso più splendido dei capelli d'oro, il sorriso di solito tanto birichino d'Olimpia.

XLVII. L'ULTIMO.

Gli avvenimenti che rimangono sono in gran parte preveduti da chi ha seguito fin qui la narrazione: formano come un programma che attende la esecuzione dal tempo, dal tempo che non dimentica, dal tempo che non falla.

E viene un giorno — un melanconico giorno — in cui il professore Rigoli deve lasciare i compagni e volgere le spalle al manicomio.

Gli hanno domandato con mille giri di parole se ricorda il suo passato, ed ha risposto ridendo di sì; gli hanno domandato se amerebbe riveder la sua casa e ripigliar le sue abitudini di padre di famiglia ed assidersi a mensa ed andare a letto all'ora che gli accomodasse, ed ha risposto di sì; e finalmente gli hanno pronunciato il pauroso nome... Serena! — e collo sguardo intento gli hanno chiesto se serbi rancore alla disgraziata donna e se le perdonerebbe, ed alle due domande egli ha risposto col più amabile sorriso di sì. E non l'ha detto, perchè ripugna alla sua benigna natura, ma tutto quell'interrogatorio lo ha fastidito, gli è parso inutile ed uggioso; e non ha pensato fuor che alla gioia di mutar domicilio, di esser libero, di vedere il sole da una finestra senza le inferriate, e di aver dei lumi alla notte.

Ed è felice, e dice addio ai vecchi amici colla spensierata giocondità d'un giovinetto che lasci il collegio.