Il dottor Parenti leva il capo, tocca col gomito il signor Fulgenzio e non dice nulla. Quel raggio scende per un vano della finestra e disegna una striscia dorata che si allunga sul pavimento, si arrampica per la tovaglia e si arresta ad accarezzare il collo di una bottiglia.

I due amici si guardano, si sono intesi, si sono incontrati in una medesima idea: il professore Rigoli che avrebbe fatto tanta festa a quel raggio di sole. E lo vedono col pensiero nella sua casa modesta, sempre lieto ad un modo, immemore del passato, felice di avere una casa propria, un pezzo di giardino da coltivare ed un bel volto di donna che si prova a sorridergli, ed una mano industre ed operosa che lavora tuttodì e parte della notte a nascondergli la povertà. Poichè sì, il professore è povero, sebbene abbia una casetta propria e dei lumi alla notte, è povero e non ne sa nulla; Serena ha fatto dono di quanto potesse parere acquistato male ad un ospizio; più non le rimangono se non le reliquie della dote ed il lavoro delle proprie mani...

— A quest'ora, dice il dottor Parenti, rompendo il fascino di quelle melanconie, a quest'ora i nostri commensali hanno avviato le loro ciancie, mi pare di sentirli, peccato che il professore non sia là meditando di nascosto il brindisi da improvvisare alle frutta!

— Peccato! ripete sbadatamente il direttore.

Ma siccome continua a stare meditabondo, il dottor Parenti non è contento e domanda a bruciapelo:

— A che pensi?

— Penso che il mondo ha l'aria di un manicomio, e che un po' pazzi lo siamo tutti.

— Di' che lo siamo molto, interrompe il dottor Parenti, di' che siamo pazzi da legare; e che a far bene i conti i più savi sono i matti. Tutto il tuo mondo a cui pensi, se pure vale che ci si pensi, banchetta oggi in comune, nè più nè meno di quel che fanno i nostri malati. Domani li ritroverai pazzi come prima: pazzi ambiziosi che sognano onori e grandezze e camminano sui trampoli della boria; pazzi libertini che corrono dietro ai piaceri; pazzi fanatici che si arrovellano nella politica; e pazzi annoiati che si consumano nell'inerzia, — tutta gente che ha un'idea fissa e le corre dietro finchè non inciampa nella propria fossa.

— Il tempo è il medico di queste pazzie, dice Maurizio.

— Cattivo medico, ribattè il dottor Parenti, non lo dice per gelosia di mestiere; cattivo medico che viene sempre troppo tardi, quando il meglio della vita è passato, quando si comincia ad aver le rughe ed i capelli bianchi... Un buon medico è la fortuna, vi sto garante; quella che vi manda fra i piedi, nell'età in cui non avete ancora ubbie per il capo, un buon esempio, una parola buona, un consiglio sano, o vi fa incontrare a vent'anni in una fanciulla la quale vi ami davvero, e cura di sbarazzarvi la via da tutte le incantatrici del giardino fatato, in cui si entra a vent'anni e da cui si esce solo a cinquanta sonati. Questa fortuna tocca a moltissimi, ma spesso è rifiutata; i pochi che chiamano in casa la felicità, e ve la chiudono a chiave e le fanno la guardia dì e notte, sono i soli savi ed i soli felici... perchè, se l'ho da dire, non ho punto fede nella felicità dei pazzi.