È inutile; ora non c'è più un solo Ognissanti; ne vede due, uno pazzerello e scherzoso che ha quindici anni, l'altro che ha il volto serio, la parola melanconica, lo sguardo profondo.
Il confronto le sfoglia innanzi il picciol libro delle sue memorie che ella ha letto tante volte. Quel picciol libro è assai voluminoso; perchè ogni parola ha cento significati; ci è un sasso su cui si è seduta ad aspettar lui, un rigagnolo in cui, un giorno d'estate, ella ha tuffato i piedi ridendo innanzi a lui, una svolta di via da cui egli soleva apparirle, e tutto un mondo di vecchi amici che la chiamano per nome: «Donnina!»
Che giova il dormire? Ora il cuore non le batte più così celere, può pensare, può fissare lo sguardo su tante care fisionomie e riconoscerle — ecco: quest'è il paese di S..., quest'è la casicciuola del maestro, quest'è la scuola, ora giunge la scolaresca chiassosa; vedi il campanile del villaggio, ed il praticello dietro la chiesa, in cui per la prima volta udì ripetere da Ognissanti il giuramento di non vivere se non per essa!
Ed ecco l'ora melanconica di lasciarsi e l'ultimo addio... e poi più nulla, fuorchè il ritorno, il fantasma visto attraverso i vetri, la voce udita dietro la siepe, il volto sfavillante guardato innanzi al lume! Come è bello Ognissanti!
Le vengono in mente molte cose a cui non aveva pensato prima — il modo di vestire di Ognissanti, la sua baldanza di fanciullo, il suo timido mistero d'uomo. Ha un segreto, ma non bisogna pensarci; ritornerà, dirà tutto, lo ha promesso!
E chi sa come egli l'avrà trovata diversa da quello che era!
Prima d'ora ella non aveva pensato mai a farsi una domanda — ora se la fa: «sono bella?» Ognissanti, ha già risposto per lei. Ha detto che è bella!
E quanto è bello Ognissanti!
A poco a poco le immagini si oscurano, si confondono — scende il sonno lungamente aspettato, il sonno che non è se non una nuova maniera di fantasticare.
L'orologio della chiesa batte le due del mattino, per Donnina è corso veloce il tempo.