Quando l'alba si affaccia alla finestra della cameretta non trova la fanciulla desta secondo l'usato — ed allora soltanto che il sole getta attraverso i vetri la sua festa di raggi, essa si rizza sul lettuccio, sbigottita della propria negligenza.

Ai piedi del letto vi è una larga cuffia, candida come neve, che incornicia un volto pieno di rughe e di amore, due occhi che guardano maliziosi ed indulgenti, un corpo osseo e mingherlino che si curva sopra di lei, e vi è in aria una mano tremante che minaccia con vezzo bizzarro — vi è insomma la terribile mamma Teresa!

Donnina si copre un istante la faccia colle mani, e guarda attraverso le dita allargate.

— L'ho fatta grossa! dice furbamente, l'ho fatta grossa! il sole è alto, deve essere tardi...

— Sono le nove, dice dal pianerottolo la voce del maestro Ciro; hai dormito bene?

— Taci tu, ribatte la vecchia voltandosi a minacciare col pugno la porta chiusa; se ha dormito è segno che aveva sonno, mi pare!

— Così pare anche a me, risponde maestro Ciro; temevo solo che non istesse bene e volevo assicurarmi prima d'andare a far scuola.

— Grazie, babbo, risponde Donnina, sto benissimo, non sono mai stata così bene.

— Vedi un po' se ti riesce di far che quei monelli tacciano! aggiunge mamma Teresa.

In fatti gli scolari radunati da basso pongono a profitto l'assenza del maestro per lanciarsi reciprocamente delle pallottole sul naso, e ciò con molto maggior rumore che non richieda questo esercizio clandestino.