— Mi spiccio, dice Donnina con un sorriso malizioso: «Ognissanti amava molto molto Donnina, e Donnina amava molto Ognissanti.»
— E la mamma non si accorgeva di nulla.
— Non si accorgeva di nulla...
— E il babbo meno della mamma... immagino.
Non immagina giusto, a giudicare dal silenzio della fanciulla, durante il quale maestro Ciro, come se si accorgesse che si tratta di lui, alza la voce per discolparsi pitagoricamente: «Cinque per cinque, venticinque; cinque per sei, trenta; cinque per sette...»
— Gran buon uomo! mormora la vecchia tentennando il capo, e guardando fisso il pavimento in direzione della scuola, eccolo lì, dinanzi alla sua lavagna. E come me li tratta a bacchetta quei numeri! Che testa, sia detto ora che non ci sente, che testa!...
«L'affetto di Ognissanti, prosegue a dire Donnina senza accorgersi dell'inopportunità dell'interruzione, l'affetto di Ognissanti mi era divenuto necessario. Egli mi diceva sempre di voler studiare tanto da divenire un giorno... non sapeva bene che cosa, ma qualche cosa di sicuro.»
— Oh! sicuro!
— Non te ne beffare; era un poveretto, e se voleva aprirsi una via nel mondo ere per me sola. Domanda al babbo quante volte, nei giorni di festa, mentre egli si sedeva sull'atrio della chiesuola, gli è toccato di far scuola ad Ognissanti che veniva a fargli cento interrogazioni. E domanda al babbo se era contento di avere un allievo come Ognissanti, a cui poteva parlare di cose che gli altri scolari non comprendevano.
— A me di tutto questo non si è mai detto nulla!