Hanno una classe di gente pagata per guardare il sole e le stelle, ed un'altra per nascondere la miseria ed il dolore a buon mercato.

Hanno uomini, e li pagano (poco) per pensare, per scrivere la prosa od il verso; uomini e donne per tenerli allegri e non lasciarli pensare, e li pagano molto. Hanno servitori per tutto, per aprire lo sportello delle loro carrozze, per augurar loro il buon giorno ogni mattina, per ricevere un buon desinare, per far la giustizia e per non lasciarla fare, per allestire la casa di città, la casa di campagna e la loro porzione di paradiso. L'appetito lavora, l'ozio e la sazietà vanno svogliamente al mercato — così a Milano, come altrove, ieri, oggi, sempre, da per tutto dove sono pazzi e savi.

Di codesti savi ve n'ha che non fanno se non tre cose: la digestione, non potendo pagare chi la faccia per loro, la maldicenza per aiutare la digestione... e nulla. Quest'ultima è la più difficile e la più costosa; quante veglie, quante febbri, quante fatiche per riuscire! E non tutti riescono; vi è sempre qualche inetto che abbandona la partita.

Intorno a quel tempo una comitiva delle teste meglio pettinate di Milano soleva radunarsi nelle sale di un caffè molto riputato per attendere alle sue occupazioni favorite. Colà, fra uno sbadiglio ed una boccata di fumo, si dicevano le migliori arguzie della giornata e si beveva l'assenzio sopraffino; si parlava di lettere, di arti, di scienze, di donne, di avventure avvenute e di avventure avvenire; chi non aveva nulla da raccontare e non era forte nell'invenzione, ascoltava e rideva o negava l'autenticità delle narrazioni degli altri — ma tutto ciò con un garbo squisito, con un'eleganza di maniere di cui nulla può dare l'immagine, colla scioltezza del buon genere, e coi polsini inamidati sporgenti quattro buone dita dalle maniche del farsetto.

E siccome ogni testa ha i suoi argomenti favoriti e gli idoli suoi, anche le teste pettinate della nostra comitiva avevano idoli ed argomenti favoriti.

Erano quattro o cinque in tutto negli ultimi tempi: la bionda Fanny, prima ballerina assoluta d'un teatro dell'opera, e la bruna Fanny, cavalla inglese di proprietà del banchiere Redi; poi un capitolo inedito tolto al romanzo di una bella donna apparsa da poco tempo nel mondo colla fama di esser vedova e ricca, col nome di Serena e colle sembianze di una pallida sirena (il bisticcio è degli adoratori); e poi un paio di madrigaletti scritti dal signor Maurizio, un letterato d'ingegno, il quale faceva parlare molto dei fatti suoi, dacchè avendo avuto l'eredità d'uno zio supposto milionario, non aveva più scritto nulla e si era dato alla vita del buon genere.

Fanny, la bruna ed inglese, e la vedova sirena portavano ogni tanto il discorso sul banchiere Redi, il quale possedeva la prima e mostrava un vivo desiderio di possedere la seconda.

Si diceva di costui che era ricco come un Creso e splendido come un Cesare, che tutti i negozii gli andavano a meraviglia, che le operazioni a fine mese le imbroccava giuste lui solo: che quando il banchiere Redi comprava, i venditori facevano bancarotta, e quando vendeva, tristo il compratore!

Chi era il banchiere Redi?

Un bel giorno era apparso alla Borsa e vi si era segnalato con uno di quei colpi di fortuna che fanno vantaggiosamente le veci dei voli del genio; poco dopo il banchiere Redi aprì la banca Redi, rimasta un mito prima di quel tempo. La banca Redi fece lo sconto delle cambiali con tre firme, ricevette valori in deposito, aprì crediti in conto corrente con garanzia, fece anticipazioni e prestiti sopra depositi — in una parola tutto quanto fanno le altre banche per il bene dell'industria e dell'umanità. Il suo credito era saldo come la sua cassa forte, la sua fortuna era considerata alla Borsa siccome un valore effettivo, e molte volte più.