— Il mondo s'inganna, aggiunge la bella; io non sono ricca.
— Lo sapevo, risponde l'altro, o almeno lo immaginavo; poichè voi stessa me lo dite, tanto meglio; non mi si perdonerà certo la mia felicità, ma almeno non si potrà dire che volli fare un buon negozio.
— Siete fiero voi?
— È la mia maggior ricchezza; me pure si crede molto ricco; sappiatelo, mi rimane solo il tanto che basti ad una vita modesta; non avrete da arrossire accettando, sono povero anche io.
— Lo sapevo.
— Lo sapevate?... e dite?
— Tanto peggio.
Serena sembra fare uno sforzo sopra sè stessa per mantenersi grave, ma è inutile; il riso le sta sul labbro, gli occhi le sfavillano giocondi. E ripete:
— Tanto peggio. Io sono avvezzata male; ho provato a vivere negli agi, nelle mollezze e mi ci trovo bene; mi piace avere un bell'appartamento.... non badate a questo, è una bicocca se lo confronto co' miei sogni... mi piacciono le veglie, i viaggi, le villeggiature, i bagni; mi ci annoio qualche volta, ma vi ha noia e noia; quella che voglio io è una bella noia; il mio desiderio più ardente è di avere una magnifica pariglia ed una splendida carrozza con due servitori; ma se anche dovessi rinunziare a questo bel fantasma, non saprei distaccarmi dai miei abiti di seta e di velluto, dai miei merletti, dai miei pizzi... e tutto ciò costa caro, orribilmente caro.
La bella si arresta, getta uno sguardo fuggitivo a Maurizio, il quale ha rialzato il capo con superbo disprezzo.