Al domani del Natale passato melanconicamente al focolare in compagnia dell'amico Fulgenzio, egli si levò molto di buon umore, misurò tre o quattro volte la stanza da letto e finì fregandosi le mani, rialzando il capo, e piantandosi nel mezzo della camera. Allora terminò di vestirsi in fretta, diè il bacio del buon giorno ad Olimpia, sorbì prosaicamente la sua chicchera di caffè e latte, poi misurò di nuovo a gran passi la sala da pranzo e finì un'altra volta fregandosi le mani, rialzando il capo e piantandosi come un pilastro.

Olimpia, che lo guardava aprendo tanto d'occhi, non ci capiva nulla e se ne rimaneva anch'essa immobile come una statua della curiosità.

— Ma che bella statua! pensò il babbo volgendo finalmente lo sguardo alla sua creatura.

Per carità paterna, avrebbe dovuto dirle qualche cosa, ma non le disse nulla, e sedette accanto al fuoco. Trasse il taccuino, ne staccò un foglietto e scrisse colla matita, poi chiamò un servo e gli ordinò di recare lo scritto al signor Mario.

— È ammalato il signor Mario? chiese Olimpia, che non aveva tolto un istante gli occhi di dosso al padre.

— E chi ti dice che sia ammalato?

— Poichè gli mandi una ricetta.

— E chi ti dice che sia una ricetta?

— Fai sempre così a farle...

Il dottor Parenti rise allegramente dell'equivoco, ma non disse altro.