— Non lo merito...
— Oh! sì sì che lo merita!...
La fanciulla si è lasciata scappare queste parole con tanto candore che ne arrossisce essa stessa. Il silenzio diviene un'altra volta profondo; il signor Mario guarda i carboni accesi, confronta il pomello d'ottone delle molle col pomello d'ottone della paletta e nota che fanno un paio di pomelli d'ottone assolutamente simili, poi leva gli occhi al soffitto, li figge sulle pareti, sul pavimento, da per tutto fuorchè sul volto imporporato della fanciulla, la quale guarda i vetri, la volta, il pavimento ed il focolare, tutto fuorchè la faccia scura del signor Mario. Ed i canarini svolazzano per la gabbia, e spendono i loro trilli senza riuscire a farsi intendere.
Quella situazione diventa sempre più imbarazzante, perchè Olimpia non trova assolutamente più nulla da dire, ed il signor Mario non pare nemmeno si dia la pena di cercare. L'aiuto della Provvidenza è indispensabile e deve giungere dall'uscio dello studio del dottore.... Oh! perchè non giunge?
Non si mormori contro la Provvidenza; ecco, l'usciolo si apre e ne esce frettoloso l'ottimo babbo.
Olimpia fa un lieve inchino e se ne svolazza via, lasciando il sorriso del dottore alle prese col broncio del signor Mario.
XII. IN CUI IL DOTTOR PARENTI INCOMINCIA UNA CURA.
Il dottore entra in materia senza preamboli; prende nelle proprie le mani del signor Mario e lo guarda fissamente in volto.
— Mi devi promettere di essere schietto con me.
Il signor Mario, non preparato al repentino scongiuro, non risponde nulla; quel silenzio può significare cento cose, ma il dottor Parenti non istà in forse e si attiene all'interpretazione che gli conviene meglio.