— Così va bene, dice egli; tu sai se ti sono amico e se di me ti puoi fidare; quel che ho da dirti, da un pezzo mi sta in mente; se tu sei uomo, la schiettezza non deve offenderti, ed io ti voglio parlar schietto.
Mario leva fieramente il capo e pronunzia una sola parola, ma con molta fermezza:
«Parli.»
— Parlo, prosegue a dire il dottore, fregando le palme della mano contro le ginocchia e dondolando lievemente il corpo; e dico che tu sei un gran colpevole verso tutti coloro che ti vogliono bene, che la tua tetraggine è un affanno per tuo padre e la tua taciturnità un'ingiuria per me. Chi sono io? Non te lo ricordi più? Una volta il signorino sapeva venire dal dottor Parenti; era il suo vocabolario medico, il suo balocco, il suo passatempo. Ma sissignori che a poco a poco ella mi si imbroncia, mi si rincupisce, mi fugge! È questo che ti hanno insegnato all'Università? Non sei ancora medico, e già mi tratti corno un tuo collega, odiandomi cordialmente. E Dio sa a quanti hai detto che io sono un asino calzato e vestito, coll'intenzione di rubarmi la clientela!
Il dottor Parenti ha incominciato molto seriamente ed ha finito con un accento così burlesco, che lo stesso Mario è costretto, a ridere.
— Lei scherza!
— Io scherzo, sicuro che scherzo, voglio scherzare fino... alla fine; tu no, non ischerzi! In fede mia, la tua clientela è fatta fin d'ora; hai in te stesso un ammalato che ha bisogno di tutta la tua dottrina, se ne hai... se ne hai, perchè lo so io forse se ne hai? Ti sei tu degnato più di interrogare il tuo antico maestro? Alle corte, ecco quello che ti devo dire: se ti rimane ancora un briciolo di amicizia per me, esigo che tu mi confidi tutto quanto hai nel cuore...
— Non ho nulla io!
— E se della mia amicizia non t'importa, allora serba i tuoi segreti a chi ne sia più degno, e vattene, ma che almeno sappia con chi ho da fare.
Il giovane, a queste ultime parole, china il capo sul petto con uno scoraggiamento profondo.