— E poi le difficoltà, i contrasti...
— Non vi sono difficoltà per chi ama.
— Benissimo, benissimo, benissimo, ripete il dottor Parenti, curvandosi sempre più sul focolare e fregando con crescente fervore le palme delle mani sulle ginocchia. Rimane adunque perfettamente stabilito che tu non sei innamorato.
Mario non risponde nulla; l'altro prosegue:
— Ebbene, mi dispiace dirlo, ma quando è così il negozio diventa più grave e ti fa maggior torto. Se non sei un innamorato, sei qualche cosa di peggio, un cattivo amico...
— Dica tutto il suo pensiero, un cattivo figlio.
— Ebbene sì, un cattivo figlio! Io non so per quali pretesti il tuo cuore, che è buono, si mantenga in questa selvatichezza che fa tanto male a tutti; so che vi è un vecchio, il quale sperava di avere un figlio in te, e che tu fai di tutto per parere a lei un estraneo; so che quel vecchio soffre, e che tu soffri, e so che, invece di confortare la sua vecchiaia e te stesso, tu gli sei cagione di dolore e di affanno.
Il volto del dottore è serio come nei momenti solenni, e la sua parola amorevole ha una gravità insolita; il giovine sembra fare un gran sforzo per mantenersi indifferente, ma l'occhio indagatore del medico gli si appunta in viso e non lo lascia un istante, finchè, incapace di dissimulare più oltre, Mario dà in un singhiozzo soffocato.
Il dottor Parenti balza in piedi, prende la testa del giovane fra le mani e se la tira sul petto come avrebbe fatto ad un fanciullo viziato. Non dice nulla.
Mario si toglie a poco a poco a quel laccio amorevole, e leva gli occhi in alto per mostrare che non piange più.