— Mario dunque?...
— Mario si è accorto che tu non avresti stimato l'affetto che voleva darti se non come una moneta di basso conio, ed ha nascosto il suo borsello... E ti so dire che è un borsello gonfio, grosso così, e che ci è dentro un bel gruzzolo di napoleoni d'oro lampanti, e che potrebbe essere tutto tuo, solo che tu volessi. Non dico che Mario abbia tutta la ragione, ma ha certo il minor torto...
— Il maggior torto...
— L'hai tu; non stare a ribattere, l'hai tu. A te, esperimentato dagli anni, toccava leggere in quel libro aperto, che è il cuore della giovinezza, e fu lui il primo a leggere nel tuo libro chiuso. Se tu, invece di immaginare di aver tutto fatto col benefizio, ti fossi dato pensiero di studiare l'indole di tuo figlio, avresti saputo che egli è superbo, e gli avresti risparmiato il peso della gratitudine sollevandolo coll'amore. Dovevi mostrarti padre, e non sapesti essere che un benefattore. Le tue massime, tutto lo scetticismo dell'educazione che è passato sulla tua anima, lasciandola miracolosamente buona, non facevano per Mario se non affermare la sua salda credenza che, ritrovando un padre, non aveva cessato d'esser orfano.
— E come sai tutto ciò? chiede sospettoso il signor Fulgenzio.
— Me l'ha detto egli stesso; ho avuto con lui un colloquio or ora; piangeva...
— Piangeva!... Ed ha detto che mi ama?
— Ha detto che ti ama...
Il dottore sa benissimo che ha invece detto di odiarlo; ma per lui è tutt'uno.
Succede un lungo silenzio. Il vecchio preme più forte la fronte colle mani, ed il dottore lo guarda intento.