Il signore dal cappello a larghe tese ha continuato a guardare dietro i vetri senza badare all'oste della Salute, il quale, per accoglierlo degnamente, ha in pronto il suo più bel sorriso della domenica.
XVI. OGNISSANTI ED IL SIGNORE DAL CAPPELLO A LARGHE TESE.
All'apparire d'un uomo vestito meglio dell'oste, del sindaco e del farmacista, la scolaresca si è rizzata in piedi con un movimento concorde, che di solito riesce di molto effetto e solletica l'amor proprio del maestro. Questa volta però Donnina soltanto ne rimane impressionata; vedendosi dinanzi quella triplice schiera di monelli, a cui non aveva pensato nel discendere, non osa inoltrarsi, domanda scusa con un angelico sorriso, e ritorna indietro. Quanto a maestro Ciro, egli non capisce nulla, o piuttosto gli par di capire troppe cose in un punto — che è tutt'uno; ritto sulla cattedra, guarda verso il giovinotto come sbigottito.
Il giovinotto, appena vede sparire la fanciulla, si accosta al vecchio con franchezza e gli dice: «Io sono Ognissanti!»
Il maestro di scuola gli prende le mani, lo scosta da sè, ed allontana il capo per vederlo meglio, fino a tanto che non lo vede più perchè le lagrime gli fanno velo agli occhi, ed esclama: «È proprio lui! è proprio lui!»
Eccoli nelle braccia l'uno dell'altro. Per la scolaresca rimasta in piedi corrono occhiate che hanno un gran significato; i più ardimentosi nascondono il capo dietro le spalle del vicino e pronunziano la parola d'ordine: brevis letio, sperando di farne venire la buona idea al maestro; ma siccome costui non pare udirli, ed esce dalla cattedra, un altro la ripete più forte coll'accento di chi dà un buon consiglio del tutto disinteressato.
Maestro Ciro sa però il fatto suo, e non vuole che gli scolari siano visti per le strade nell'ora della scuola. «Raccomando a lor signori di star buoni, io sono di là ed odo tutto» — ed esce tirandosi dietro Ognissanti.
Non era andata molto lontano Donnina, perchè appena Ognissanti passa l'uscio, egli se la vede innanzi colla testa alta, cogli occhi illuminati da una espressione di profonda felicità. La fanciulla gli porge la mano con un atto schietta ed affettuoso, ed Ognissanti la prende timidamente fra le sue.
Maestro Ciro li guarda entrambi, confronta la serenità robusta del corpicino di fata della sua creatura e l'atto quasi pauroso di quel magnifico pezzo di giovinotto vestito alla cittadinesca, e riesce, non so per qual labirinto di logica, a conchiudere che sono fatti l'uno per l'altra.
La timidezza di Ognissanti svanisce presto; rialza il capo, e guardando il vecchio maestro, gli dice: