— E quando, per due parole dette troppo forte al caffè, andrà sul terreno, come dicono, con un compagno di scuola.
— Quando... ah! — m'interrompo, colpito da un'idea compassionevole — se quel povero padre potesse vedere fin d'ora tutti i dolori che gli serba questo marmocchio, gli darebbe una sculacciata di sicuro... ma non ora — soggiungo, pensando meglio.
— Perchè non ora? — domanda Evangelina.
Io rido, essa mi comprende, e ripiglia a ridere così forte, che i passanti ci guardano, poi si voltano indietro per guardarci ancora. Ne sentiamo di quelli che dicono: — Sono sposi freschi, sono felici! — Mi volto anch'io e li guardo con indulgenza, e mi piglia una gran tentazione di dir loro:
— Sissignori, questa è la mia Evangelina, non è molto che ci siamo sposati, ci vogliamo bene e siamo felici.
III.
Nel nostro egoismo ci eravamo scelti un compagno, ma con giudizio: era un amico discreto che cantava tutto il giorno il nostro epitalamio, pigliava parte alle nostre gioie, senza mai pretendere più di quello che gli potevamo dare. Non era una fenice, come potreste credere, ma solo della famiglia. E come si chiamava? Si chiamava merlo, senza perciò essere propriamente un merlo. Non era neppure uno storno e nemmeno un passero solitario; cantava come un tenore di cartello, fischiava come un abbonato; allo stato in cui era rimasta la scienza ornitologica per me e mia moglie, quel pennuto era un merlo. E ad ogni modo esso visse e morì portando questo nome non suo e facendone l'uso migliore.
Ancora me lo ricordo quel giorno crudele; dal mattino il nostro compagno, potrei dire nostro figlio, se ne stava in un cantuccio della gabbia, immobile, con gli occhi velati; ogni tanto si provava a beccare svogliatamente un insetto che gli cadeva dal becco; rimaneva indifferente alle seduzioni dei lombrichi più squisiti che possano fare la felicità d'un merlo; mia moglie non sapeva che pensare, chiedeva ai vicini ed ai lontani che malattia poteva essere quella del suo merlo, e come andasse curata. E in un'occasione tanto dolorosa essa diede prova di un cuore veramente materno, prodigando mille tenerezze a quella povera bestiola, chiamandola con cento vezzeggiativi; invano. Dopo essere stato ingiustamente merlo in vita, quella creaturina alata doveva morire nel fiore degli anni, come si dice, senza farci sapere il suo nome vero. E nessuno me lo toglierà dal capo: quel poveretto si era dato volontariamente la morte per sottrarsi ad un mondo pieno d'ingiustizia e d'ignoranza — perchè il portinaio che lo aveva avuto in cura negli ultimi giorni e prometteva solennemente di salvarlo, scoprì, facendo l'autopsia, che il defunto aveva trangugiato un ago da cucire. Il ferro micidiale gli aveva passato il ventricolo da parte a parte; il portinaio inorridiva, inorridivo anch'io, e tra tutti e due si andò d'accordo di dar sepoltura onorata al morto, senza svelare a mia moglie l'occulto dramma di cui avevamo sotto'cchio la catastrofe crudele.
Non vorrei fare un sospetto maligno a danno del mio prossimo, ma lo feci allora, ed a ripeterlo oggi non mi pare che la colpa si aggravi tanto da non poterla portare: da un certo impaccio del portinaio, da una penna traditrice che gli si era attaccata come un'accusa ad un lembo della giacchetta, e più che altro dalla singolare premura di farmi sapere che il nostro merlo era stato sepolto in giardino, io fui fatalmente indotto a credere che la sepoltura viva fosse lui, come se gli leggessi l'epitaffio sul panciotto.
Sì, perchè il defunto era grasso; i dispiaceri non gli avevano tolto l'appetito, e fino al giorno in cui aveva fatto il nero proposito di uccidersi con un ago da cucire rubato a mia moglie, egli aveva beccato gli insetti e le bricciole di carne con l'avidità del merlo più ben intenzionato della creazione. E vorrei sbagliare, e vi troverei una specie di conforto, ma temo che appunto perchè non era un merlo, sia stato il più saporito dei merli.