Più tardi, passata l'oppressione della catastrofe, io trovai la forza di ridere e di scrivere un epitaffio, e il mio solo rammarico fu di non poterlo scolpire sul sepolcro autentico.

La perdita di quella creaturina incognita che ci salutava ogni mattina a gola spiegata, che veniva a beccarci amorosamente le dita, e che non ci era costata alcun dispiacere, aveva commosso anche me. Per un pezzo, sempre che vidi una gabbia vuota, mi tornò in mente il compagno del nostro talamo infecondo e beato. Vero è che, vedendo la mia Evangelina intenerita, mi affrettavo a consolarla dicendole che, stando alla migrazione delle anime, il nostro merlo doveva essere a quest'ora un cagnolino, o forse, col tempo, farsi degno di nascere uomo... e figlio alla signora Evangelina, moglie dell'avvocato Placidi.

L'idea era bislacca, ma produceva il suo effetto, che era di metterci di buon umore.

— Pensa un po' — mi diceva qualche volta mia moglie — se, invece di perdere un merlo, avessimo perduto un figlio!

Io vi pensava, e mi venivano in mente dieci madri disperate per aver perduto le loro creature, un padre impazzito, un altro padre suicida per la stessa causa; e conchiudevo serio serio che per non vedersi morire un figliuolo, la sola precauzione consigliata dall'esperienza è di non vederlo mai nascere.

E mi fregavo le mani, e ridevo, ed ero contento, e sentivo di far contenta la compagna della mia esistenza, non mettendo di mezzo fra noi e la nostra felicità altro che un desiderio vivo, un desiderio modesto, — il primo cliente.

Oh! il primo cliente!

Lo aspettavo da mattina a sera, frugando nei codici per esser preparato a riceverlo degnamente, davo sesto ai miei libri, mettevo in fascio le mie carte, che, così disposte, sfidavano l'occhio più esercitato a riconoscere che non fossero pratiche bene avviate. Qualche volta il mio primo cliente veniva, aveva un caso intricato, io gli dava udienza con sussiego, lo eccitavo a fare la lite e mi proponevo di trascinarmelo dietro senza soverchia fretta per le scale di tutti i tribunali competenti, iniziandolo ai misteri della procedura civile.

Egli mi stava ad ascoltare; ad ogni parolone difficile che mi usciva di bocca, spalancava certi occhi che parevano finestre, e se ne andava sbalordito della mia scienza e disposto a farmi la procura ad lites. Cari sogni!... Da questo sonnambulismo egoistico e dolce mi svegliai un giorno di repente.

La mia Evangelina soffriva; da una settimana non mangiava quasi, si lamentava di certe doglie, di un certo malessere, di un po' di languore. — Non sarà nulla — diceva; e per consolarla ripetevo anch'io: — Non sarà nulla.