Ma il suo stupore non cresceva; era, come la nostra festa, come il nostro amore, una cosa profonda ed eguale, inalterabile, tranquilla. Egli non piangeva, e noi non sapevamo che fare per dimostrargli la nostra gratitudine.

— Gli diamo la pappa?

— Diamogliela.

Mia moglie andò in cucina, lasciando Augusto in mie mani, ed io non fui tranquillo finchè non la vidi rientrare con uno scodellino e... senza la balia.

Augusto prima si schermì, poi assaggiò la pappa e parve trovarla saporita, perchè ne volle ancora; noi non rifinivamo di lodarlo per la sua valentìa e d'incoraggiarlo ad ogni cucchiaio.

— Proviamo a sfasciarlo — dissi poi — gli farà piacere sentirsi libero.

Provammo, e quando quella fascia che pareva doversi allungare all'infinito fu snodata interamente, e ci apparve nostro figlio col solo camicino indosso, ritto come un piccolo personaggio mitologico sul tavolino:

— Voglio vederlo tutto — sclamai.

Gli slacciammo il camicino, ed egli si mostrò nudo nudo al nostro sguardo amoroso.

— Frine dinanzi all'areopago! — dissi celiando sulla nostra felicità.