Evangelina mi guardò, sorrise per acconsentire alla mia malizia, poi soggiunse seria seria:

— E più bello!

V.

Quella giornata non doveva finire, e finì più presto delle altre.

Venne l'ora crudele, in cui nostro figlio, rifasciato, rivestito con la cuffia in testa, sebbene nelle braccia della mamma, non altro aspettava che Giuseppe per andarsene.

E venne anche Giuseppe col berretto in una mano e una grande incertezza di movimenti nell'altra. Poi la notte entrò nelle nostre stanze piene ancora del caro assente, senza che noi ci accorgessimo del buio.

Fu la fantesca a portare molto tempo dopo il lume acceso; allora anche l'amato fantasma se ne andò; rimanemmo interamente soli.

— A quest'ora dorme — mi disse Evangelina rispondendo al mio pensiero.

— E sogna babbo e mamma.... il babbo sopratutto...

Siccome lo scherzo non bastava, chiamai la fantesca, e le feci un cenno che essa comprendeva benissimo.