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E un giorno, un bellissimo giorno d'aprile, Augusto venne con un mazzolino di viole in ogni mano. Le viole piacevano tanto alla mamma, e la balia lo sapeva, ma qualcuno forse aveva detto a mio figlio che, regalate da lui, le viole sarebbero piaciute tanto anche al babbo, e perciò egli ne aveva voluto due.
Quel giorno Augusto entrò in casa, com'era sempre entrato, girando sguardi curiosi di qua e di là, sorrise a babbo e mamma, come lui solo sapeva sorridere, si lasciò menare in giro per le stanze senza piangere, e dormì il sonnellino di un'ora nella culla, tal quale come le altre volte; ma facendo tutto ciò che aveva sempre fatto, egli aveva forse una solennità insolita, un'amorevolezza nuova, perchè metteva nel nostro cuore una gioia più luminosa e più grave? No: Augusto veniva per non andarsene più.
Tutto quel giorno vidi luccicare due grosse lagrime negli occhi della balia. Non perciò la compiangevo. La felicità mi rendeva crudele.
E quando fu l'ora degli addii, Evangelina venne a porgere a Marianna il bambinello, perchè lo baciasse, e prima la povera donna rise per obbedienza al proprio temperamento, poi pianse senza far piangere mio figlio, poi rise un'altra volta del suo Giuseppe, che si asciugava le lagrime con l'ala del cappello, io ebbi un rimescolìo di sentimenti buoni e cattivi, e un sentimento sopra tutti: la gioia di veder mio figlio indifferente.
E glielo dissi tra il serio e il faceto:
— Bravo, tu sei un eroe!
Allora la balia non rise.
Evangelina mi diede uno sguardo di pietà che mi fece vedere il fondo del mio cuore di padre, e mi consegnò Augusto per essere libera di baciare replicatamente quella faccia lagrimosa in cui nostro figlio aveva imparato a sorridere.
E allora la balia rise.