A quella scena, di cui più tardi dovevano venirmi in mente tutti i particolari penosi, allora io assisteva con un'impazienza dissimulata appena; tutto il dolore della povera donna, che cessava d'esser madre di Augusto, diventava piccino al paragone della nuova grandezza che pigliava a un tratto il sentimento della mia paternità.

Tenevo Augusto in braccio, pensando che fra pochi minuti egli comincerebbe a essere interamente mio figlio. Sorridevo al disgraziato Giuseppe, e intanto pensavo che lo avrei spinto volentieri fuori dell'uscio.

Se n'andarono — e Augusto non pianse!

Rimasti soli col piccolo eroe, ci sentimmo per un po' come impacciati della nostra felicità; non sapevamo in che modo fargli festa, e dimostrargli la consolazione che ci dava col suo contegno esemplare, e glielo dicevamo fra i baci come se ci dovesse intendere. E chi sa? egli forse ci capiva benissimo.

— È un omino — dicevamo — è pieno di giudizio!

— Sei un omino, sei pieno di giudizio!

— Mi guardi? Sono il babbo...

— Sono io la tua mamma!...

Non piangeva!

— Ridi — gli dicevamo, stuzzicandolo sui labbruzzi — ridi, così, bravo: di' un po' «mamma!» dillo...