Egli non rideva, nè diceva mamma, ed era tutt'uno come se facesse quanto gli chiedevamo, perchè non piangeva.
Ma la sera, quando fu l'ora di metterlo a dormire, ed egli si vide in un'altra culla, in un luogo diverso dal camerone enorme in cui aveva passato tutta la sua esistenza, parve cercare intorno qualche cosa e qualcuno. Ci curvammo sopra di lui, mettendo tutto il nostro amore negli occhi, per dargli forza — invano. Augusto mandò un grido, che mi passò il cuore, e pianse.
Pianse molto, pianse troppo, pianse tanto da farmi pietà e dispetto.
— Ha sonno — dicevo — e si ostina a stare sveglio per piangere. Non lo guardiamo più. Strilli quanto vuole.
Egli strillava più forte, appena facevamo atto di allontanarci dalla culla, e noi tornavamo al suo capezzale commossi e lusingati.
— Fa il cattivo, ma ci vuol bene — dicevo a mia moglie — ci vuol proprio bene!
Finalmente il sonno lo pigliò a tradimento. Fu un gran silenzio in casa dell'avvocato Placidi.
***
Con che gioia salutai l'alba del domani, che ce lo mostrò nella culla, tranquillo e con gli occhi aperti! E con quanto terrore vidi approssimarsi l'ora fatale di metterlo a dormire un'altra volta!
— Ora sentirai che smanie — dicevo ad Evangelina, quasi per tentare mio figlio a darmi una mentita.