Evangelina non mi rispose, e Augusto non si lasciò pigliare nel mio tranello, e pianse come non si piange nemmeno nelle grandi afflizioni; però questa volta pianse con metodo, concedendosi ogni tanto un brevissimo intervallo di silenzio per ripigliare fiato. In uno di tali intervalli mi giunsero all'orecchio queste parole pronunziate dal mio vicino di casa, con l'intenzione palese di farle passare attraverso la parete:

— Che cosa fanno a quel bambino? Gli cavano la pelle?

— No, signore — risposi imitando il suo accento — lo fasciamo appena.

Evangelina rise, Augusto ricominciò a piangere.

La cosa andò così per parecchi giorni ancora; provammo di tutto, a fasciarlo in un'altra camera, ad aspettare che il sonno lo pigliasse in braccio alla mamma per adagiarlo poi nella culla; ma quando ci allontanavamo in punta di piedi, il piccolo disgraziato si svegliava, riconosceva la situazione e ci richiamava con uno strillo.

Si vedeva chiaro, era un puntiglio; ogni sera mi pareva di non doverlo perdonare vita natural durante a mio figlio; e ogni mattina, alla sua prima occhiata innocente, si faceva la pace.

E poi, s'egli faceva le bizze al momento di andare a letto, tutto il giorno invece era buono come il pane, buono come la pappa e come le minestrine che gli piacevano tanto.

Già cominciava a sorridermi, ad allungare la mano quando voleva afferrarmi per la barba, a dirmi certe sue paroline garbate che io intendeva benissimo, se dalle braccia della mamma voleva venire nelle mie. Faceva anche di più; stava ritto senza cadere, sol che avesse una seggiola a cui appoggiarsi ed il suo bubbolino coi sonagli per passare il tempo.

Insomma ci faceva felici, e prometteva di farci felicissimi più tardi.

Avere nella vita uno scopo che si è prossimi ad ottenere e che, ottenuto, non mozzerà le ali di nessuna illusione, non è forse la maggiore delle felicità della terra? — Lo scopo nostro era di vedere Augusto camminare da solo di stanza in stanza, per pigliar possesso di tutta la casa paterna.