Questa volta, baciando Augusto, sentii che qualche cosa s'era mutato nei rapporti tra me e lui, e che il mio amore paterno, l'unico amore in cui credevo non dovesse entrar mai la civetteria, aveva anch'esso le sua vanità.
Ero stato sempre per mio figlio il migliore degli uomini, e non avevo mai rifiutata nessuna delle perfezioni che egli mi attribuiva. Perchè me lo mettevo a sedere sul braccio teso e lo portavo in giro per la camera, egli mi ammirava dicendo: — Come sei forte! — ed era perfino andato a dire in cucina allo spaccalegna che il babbo era più forte di lui.
Gli era bastato vedermi curvo sopra i grossi volumi, e contare i palchetti della mia libreria per non dubitar più che io fossi un portento di dottrina.
— Tu sai tutto! — mi diceva nel tempo in cui egli non sapeva nulla, e in questa idea trovava un conforto alla sua ignoranza.
— Tu sai più del maestro! — affermava qualche volta, ed io capivo subito che quel giorno il signor maestro aveva abusato della sua scienza per tormentarlo.
Non dico che fossi propriamente in buona fede intascando tutta quell'ammirazione, ma vi trovavo gusto e sapevo di far felice mio figlio.
Ahi! L'opinione magnifica che Augusto s'era fatta del babbo non poteva più durare! Già Dario figlio d'Istaspe aveva dato il primo colpo alla mia grandezza bugiarda; chi sa se prima di sera un altro personaggio famoso non dovesse uscire dalle pagine del Compendio di Storia per isvergognarmi in faccia a mio figlio!
Mi sentii ripigliare dai miei dubbi; tutto ciò che mi ero messo dinanzi per farne una barricata in cui la mia ignoranza si avesse a trovare al sicuro, mi sembrò a un tratto inutile e biasimevole; e ragionando precisamente all'opposto di poco prima, mi parve che non mi fosse lecito vivere un'ora di più su questa terra se non mi fossi ficcato bene in capo tutta la storiella dello zio della moglie del re di Persia.
Nessuno mi vedeva; frugai nella libreria, ne estrassi una storia antica e vi cercai avidamente la tranquillità della mia coscienza turbata.
Non lo avessi mai fatto!