E mentre l'avvocato avversario esponeva le sue ragioni e citava non so quale sentenza della Corte Suprema per ottenere addirittura il sequestro della roba del mio cliente, io fissava lo sguardo sul presidente, sui giudici, sull'avvocato, ricercando sotto quelle toghe e quei berrettoni la mia gente persiana. Pensavo: «Se ora sorgessi all'improvviso a domandare uno schiarimento sopra Mardocheo, chi di costoro me lo direbbe? quel giudice che sonnecchia no certo; e nemmeno il presidente con tutto il suo sussiego!»
Quando poi toccò a me rispondere alle enormi pretese della parte avversaria, sorsi baldanzosamente a dire che mi opponevo al sequestro, invocando il codice e la civiltà. — «Abbiamo ancora delle buone ragioni da esporre — esclamai — e vogliamo essere ascoltati!» — E soggiunsi eloquentemente: — «Non siamo più ai tempi dei Faraoni e dei re persiani. Oggi Assuero non farebbe impiccare Amanno senza dargli il tempo di provvedersi in appello».
Ditelo voi: che c'entrava Amanno? E pure la frase fece effetto, e al mio cliente non fu sequestrata la roba; segno che la storia può servire a qualche cosa.
VI.
Radunai tutta la mia buona volontà, e rubando ogni sera mezz'ora alle mie cause e il compendio di storia a mio figlio, mi avviai anch'io in mezzo agli Assiri e ai Persiani. Camminavo senza fretta, non ero punto assetato di scienza storica, come potreste credere, e mi bastava precedere d'un passo mio figlio nel suo compendio, tanto da non essere esposto a tavola a certe sorprese, che avrebbero guastato a me la digestione, a mio figlio il rispetto ammirativo che egli doveva all'autore dei suoi giorni.
Le cose andarono bene per un po'; ma venne un disgraziato mattino in cui la scolaresca, che era rimasta meco in Persia, e precisamente al regno di Dario III Codomano, se n'andò, senza avvertirmi, in Assiria, e la sera medesima mio figlio, non immaginando quanto male mi facesse, nominò alla mia presenza Salmanassarre e Sennacheribbo.
Io prima finsi di non intendere, e fatto un vano tentativo per ricondurlo in Persia, dove mi sarei ritrovato come in casa mia, fui costretto a lasciarlo dire.
Poi vennero altre sorprese; la geografia, la storia sacra e perfino l'aritmetica di mio figlio avevano conservato meco dei segreti. Incoraggiati dall'esempio del catechismo, che era con me pieno di misteri, quei tre libriccini di poche pagine mi tormentarono mattina e sera, mi guastarono regolarmente il desinare per parecchie settimane, e turbarono i miei sonni.
Io lasciava un sacramento per seguire il corso di un fiume americano, che a farlo apposta non poteva essere più tortuoso; scendevo un monte dopo aver interrogato l'aspetto di un paese, e trovavo la geometria piana, una geometria che mi facea venir la tentazione di rifar la salita del monte e non scendere più alla pianura.
Cieli misericordiosi! Quanto era grande la mia ignoranza! Non sapevo più nulla, peggio ancora: sapevo degli errori, perchè quel po' che mi era rimasto in mente era confuso ed inesatto.