Ripigliare da bel principio tutti i miei studi, come se dovessi ancora presentarmi agli esami, rifarmi una dottrina nuova, ecco il rimedio eroico; ma io fui vile, mi accontentai di rattoppare la mia scienza dove lasciava vedere i gomiti e le ginocchia.
E non andò molto che Augusto mi colse in fallo una volta, due, dieci, prima con istupore, poi con dolore, da ultimo con malizia. Non mi diceva più, come nei bei tempi della sua innocenza: tu sai tutto: al contrario gli accadeva di spropositare coraggiosamente in faccia mia nelle cose più elementari, perfino nei diritti e nei doveri dei cittadini, che erano il mio pane quotidiano, e di rifiutare senza arroganza, ma con sicurezza, la mia correzione, dicendomi la frase sacramentale, che ha fatto impallidire tanti genitori:
— L'ha detto il maestro!
Evangelina si provava a difendermi, metteva tutte le sue forze centuplicate dall'affetto e dalla buona fede nel sollevare me sopra il signor maestro; ma era inutile. Augusto non diceva già che non fosse vero; se non che alla prima occasione mi lasciava intendere che sulla mia dottrina famosa non si faceva più alcuna illusione, ripetendo quasi sottovoce:
— L'ha detto il maestro!
Ed io studiava in segreto, con un disordine che dipingeva lo stato della mia mente, le montagne, le popolazioni, il quadrato dell'ipotenusa, l'eucarestia.
Invano. Incalzato dal mio destino, venni finalmente in faccia alla prova suprema.
VII.
Avevano dato a mio figlio un difficile problema da risolvere, e il poveretto, che non era forte nelle matematiche, non se ne poteva cavare.
— Augusto non sa fare il còmpito — mi venne a dire Evangelina. Questi maestri non so dove si abbiano la testa. La bella maniera di tormentare un povero ragazzo! È tutta la mattina che lo vedo curvo a tavolino; mi fa proprio pena: dovresti aiutarlo.