— Aiutarlo io! — esclamai — e allora che gli giova l'andare a scuola? Se i problemi glieli dànno, è segno che deve saperli risolvere; e se non sa, è meglio che il maestro se ne avveda e rifaccia la spiegazione; e poi, sono tanto occupato!

Evangelina, meno scrupolosa, andò probabilmente a provarsi lei a fare quel che io non volevo, perchè poco dopo tornò a dirmi:

— È un problema difficilissimo; v'entra la geometria piana. Augusto non può risolverlo, piange...

— Piange?

Andai subito, e nell'attraversar la soglia dello stanzino in cui Augusto si torturava da un'ora, ebbi come il presentimento d'una catastrofe. Ma non ero più in tempo a dare indietro; mi accostai a mio figlio, gli accarezzai prima il visino lagrimoso, poi, con un po' di sussiego:

— Dà qua — dissi... — «Un fabbricante di mattoni deve consegnare tanti mattoni quanti ne occorrono all'ammattonato di una stanza di forma trapezoidale, i cui lati misurano... ecc.» Non è difficile — dissi. — E non sei buono a cavartene?

Mio figlio non rispose; mi guardava con quell'ammirazione ingenua di altri tempi mista a un tantino di stupore. E io soggiunsi:

— Io non ho tempo, e poi tocca a te fare il còmpito; se i tuoi còmpiti dovessi farli io, sarebbe inutile che tu andassi a scuola. Ora però hai lavorato troppo; divàgati: va in cortile e corri; poi torna su e ti sarà più facile.

— È troppo difficile — disse lui.

— È facile — dissi io.