Egli andò in cortile a correre, e io presi il suo posto dinanzi al tavolino.

La misericordia celeste risparmi a ogni padre la tortura che provai quella mattina. Ciò che mi sembrava facile da lontano, mi apparve irto di mille difficoltà appena volli riflettere. Evangelina mi stava a guardare, indovinando anche essa il mio imbarazzo; io sentiva Augusto che faceva il chiasso nel cortile, vedevo col pensiero una comparsa urgente che avevo lasciata sulla mia scrivania, e continuavo a star lì come inchiodato, sfogliando dispettosamente la geometria piana, calcolando, cancellando, rifacendo i calcoli sbagliati.

A poco a poco la testa mi si empì siffattamente di cifre, che non mi raccapezzai più; sbagliavo perfino le somme, e per ritrovare l'errore d'unità (un'unità di mattoni!) perdevo un tempo prezioso. Mi vennero a dire che un cliente mi voleva parlare; gli feci rispondere che ero occupatissimo e non potevo dargli udienza. Ma si fece una luce nel mio cervello; il problema mi si affacciò netto, e io non istentai cinque minuti a risolverlo.

— È fatto — dissi a Evangelina. — Davvero non era facile; io poi non ci ho più pratica...

Era inutile che mendicassi delle scuse, Evangelina mi ammirava, nè più nè meno; e io vidi quella sua ammirazione passare tutta d'un pezzo nello spirito smaliziato d'Augusto, quando egli venne su e trovò il problema risoluto.

E non mi parve davvero di aver perduto il mio tempo; anzi, rientrando nel mio studio, avevo una certa solennità, come se vi portassi la fiaccola della scienza.

A questo punto mi aspettava il mio destino. Invece di tornare da scuola allegro e di far irruzione nella mia camera a dirmi che aveva preso dieci decimi e la lode per il còmpito, Augusto entrò in casa come un cane battuto, e se ne stette in cucina.

E quando io volli sapere che cosa avesse, mi rispose di mala voglia che il problema era sbagliato.

— È impossibile! — esclamai.

— Guarda — mi disse melanconicamente mio figlio; — doveva dare 4526 mattoni, e invece ne dà 3916.