— Ora sbagli tu; mancava un quarto d'ora alla mezzanotte; l'amico Santi aveva preso il treno delle undici e venti; salvo aver le ali del nostro merlo, non era possibile essere a casa prima...

— Sentiamo il resto — disse Ermenegilda con indulgenza.

Allora Ermenegildo provò a farsi serio, e con un tantino di gravità insolita, un tantino appena, senza mai staccare gli occhi dal viso della moglie, spiccicando le parole con lentezza, parlò così:

— Si discorreva della vita matrimoniale... non so perchè si era venuti su questo discorso... ah! perchè pioveva, perchè tu eri rimasta a casa sola... Egli mi diceva che fa press'a poco la stessa mia vita, che se sua moglie sta a casa, egli appena appena si muove a far due passi dopo il desinare, poi torna al suo studiolo a leggicchiare, a scrivere accanto al fuoco, e che per quanto paia monotona un'abitudine tranquilla, la felicità non è mai molto diversa.

Sebbene Ermenegildo avesse continuato a leggere negli occhi della moglie l'effetto d'ogni parola, a questo punto s'interruppe per giudicarne meglio.

Ermenegilda era impassibile.

— Non è diversa niente affatto — esclamai, e gli dissi come la penso io riguardo alla felicità. — Tu sai come la penso; dinanzi alla felicità...

— Dinanzi alla felicità — proseguì la moglie, come se recitasse una lezione — gli uomini sono tutti eguali: la felicità è nel desiderio; l'uomo che più desidera è più felice...

— Sbagli — Corresse dolcemente il marito filosofo — la felicità è nel desiderio d'una cosa che si possa ottenere, condito d'un tantino d'incertezza.

— Ottenuta una cosa — proseguì Ermenegilda — bisogna saperne desiderare un'altra...