— Diciamo affetto... diciamo...
— Diciamo anche affetto...
Non sapeva che dire; ora la docilità pensosa di sua moglie lo imbarazzava peggio della beffa.
— Insomma tu mi hai capito — ripigliò accalorandosi; — l'amico Santi è incapace di fare una cosa che possa gettare la più piccola ombra sopra sua moglie... e pure... non dovrei dirtelo, perchè è una confidenza... e pure...
— Se non devi dirlo, non lo dire, Ermenegildo: è forse meglio.
Balenava una strana luce negli occhi della bella indolente. Era curiosità? era malizia? Ermenegildo ne cercò inutilmente il significato, e riprese smorzando di repente quel po' di fuoco che prima aveva messo nelle sue parole:
— Sbagliavo; anzi te lo devo dire. Chi fa una confidenza a un uomo ammogliato o a una donna maritata, deve sapere di farla a marito e moglie. Non è lecito al primo venuto mettere un segreto fra due coniugi che si vogliono bene.
Voleva soggiungere, ed avrebbe fatto bell'effetto oratorio: «che fra due coniugi che si vogliono bene non deve frapporsi mai nemmeno l'ombra di un segreto;» ma si avvide in tempo che egli era precisamente avviato a provare l'opposto.
— Pur troppo! — soggiunse con una faccia da sant'Ignazio — pur troppo, poichè la natura umana non è perfetta, e vi sono cose che ci affliggono senza ragione, qualche piccolo segreto innocente nasce talvolta inosservato nel letto nuziale.
La tenera sposa esalò un sospiro, che poteva benissimo significare: «Pur troppo!»