Evangelina mi aveva lasciato fare senza resistere, perchè le piaceva godersi lo spettacolo della mia gravità carezzevole; ma quando mi vide ritto e immobile dinanzi a lei, prima mi pregò di non guardarla in quel modo, poi tornò a dire che assolutamente non voleva stare a letto, che si sentiva benissimo, e perchè io tenni duro, essa mi voltò le spalle con l'atto dispettoso d'un fanciullo viziato, subito si volse ancora e mi sorrise.

Allora le dissi serio serio:

— Non bisogna far pazzie; il tempo vano è passato, il tempo frivolo non tornerà più; dobbiamo mettere giudizio e pensare alla famiglia.

— Sentitelo! — esclamò Evangelina. — Il tempo vano in cui ci volevamo bene è passato; non tornerà più quel tempo frivolo, quando il signorino non pensava ad altro che a farmi contenta.

Le volli chiudere la bocca con un bacio, e non riuscii, essa si lasciò baciare mezza la bocca, e, con l'altra metà, continuò a dire:

— Già, il signorino me lo dice in faccia; quando avrà suo figlio non mi guarderà neppure; ma non l'ha ancora suo figlio, ed io sono capace...

Bontà divina! Di che cosa non doveva essere capace quella mia pallida faterella, che stava facendo il miracolo eterno!

— Taci — le dissi sottovoce — taci; non bisogna scherzare su questo, non dobbiamo sfidare la sorte. Lo sai bene quanto t'amo; e non hai detto tu pure che ti pareva d'amarmi di più, ora che siete in due a volermi bene?

Evangelina stette un po' in silenzio, sorridendo alle prime sue idee materne; poi mi disse sbadatamente:

— Amalo, sì, amalo; non ne sono gelosa.