Giungono di corsa i due cari monelli. Augusto è il primo, e con un salto mi viene sulle braccia; Laurina, che lo segue da vicino, mi si butta tra le gambe.

È un assalto di baci e di domande: Augusto parla, Laura ripete le sue parole. Ma oggi io non ascolto quella musica, quasi non l'intendo. Le guardo a lungo, poi le bacio a lungo, le mie creature; sento per la prima volta un sapore amaro alla mia grande dolcezza. Uno sguardo pietoso di Evangelina mi va cercando l'anima; comprendo che la poveretta soffre, spiccico dalle mie gambe la tenace Laurina, poi lascio scivolare Augusto.

— Andate a giocare, ma state buoni, non correte troppo, per non sudare... la finestra è chiusa?

I bimbi non rispondono; sono già in cucina.

— Sta zitta — dico a mia moglie; — senti Augusto che fa le due parti di tamburino e di generale; Laurina — mi par di vederla — gli sta alle calcagna per fare l'esercito.

La poveretta stette zitta un momento, poi mi chiese con voce in cui tremavano tutte le corde materne:

— Che è stato?

***

— Nulla — diss'io. — Sono uno sciocco a darmi tanto pensiero, come se dovesse subito toccare la stessa disgrazia anche a noi.

— Quale disgrazia? — insistè Evangelina, e pareva meno rinfrancata.