Evangelina si coprì la faccia con le mani, poi si scosse, e le brillava negli occhi un'energia selvaggia quando chiamò una seconda volta:

— Augusto! Laura!

***

Si udì nella stanza vicina la voce del generale, che ordinava di rompere le file, e immediatamente fu visto l'esercito approfittare della licenza per venire ad abbracciare la mamma.

Augusto, non essendo potuto arrivare prima della sorella, aspettò d'essere chiamato una seconda volta e si affacciò all'uscio; ma era ancora occupato a cacciare le molle del comando in un fodero ideale.

— Venite qui che vi guardi — disse Evangelina scherzosamente — dritti tutti e due; bene; ora mettete fuori la lingua... benone; ed ora ricacciatela dentro...

Ma ai due piccoli monelli non pareva vero di aver trovato quest'altro giuoco, che si poteva fare con la mamma, e continuarono a star lì, a bocca aperta, con le linguette penzoloni, ridendo d'un riso rauco, giocondo. Bisognò picchiare sulla bocca d'Augusto per farli smettere tutti e due, perchè quando Laurina non si credette nell'obbligo di secondare il fratello maggiore, disse col suo solito sussiego: «che ridere!» e non rise più.

— Vediamo — ripigliò gravemente la mamma: — tu, Augusto, non ti senti un po' male al capo, e nemmeno tu, bimba mia? E alla gola non sentite dolore? Non provate alcuno stento nell'inghiottire?

Augusto aveva una mezza pagnottina in tasca.

— Sta a vedere — disse; e ne addentò un grosso boccone che fece sparire prontamente.