«Perchè già, pensavo malignamente, a questi signori medici della città non parrà decoroso lasciarsi fare la lezione da un collega della campagna».

A buon conto io tagliai con le forbici quella ricetta preziosa e la serbai nel taccuino.

Ma il giorno dopo, altri due medici di campagna si credettero in dovere di far conoscere al pubblico il loro metodo di cura; ed erano due metodi differentissimi fra di loro; e, cosa bizzarra ma crudele nella sua amenità, non rassomigliavano neppure al metodo del primo medico, sebbene fossero infallibili tutti e due.

Io tagliai con le forbici anche quelle ricette, e serbai anche quelle per iscarico di coscienza, salvo a decidere se meritasse la preferenza il sugo di limone, l'acido fenico, o il ghiaccio puro. Un po' di scetticismo era già entrato nella mia mente turbata, ma credevo ancora che uno di quei tre rimedi fosse il buono.

In seguito le ricette si moltiplicarono, e i casi pure.

Continuavo per abitudine la mia raccolta, finchè un giorno Evangelina mi disse con un sorriso amaro:

— Che cosa dovrebbe fare una povera madre? Mettere tutte le ricette in un cappello e farne estrarre una dal suo piccolo ammalato...

— Oppure — dissi — provarle una dopo l'altra.

— Ieri — mi rispose con voce rauca — un bambino di sei anni fu colto dalla malattia mentre giocava ed è morto stamane; l'altro giorno il figlio di un medico se ne andò all'altro mondo in poche ore.

— Come lo sai? — chiesi.