Anche mia moglie da qualche tempo leggeva le gazzette.
III.
Io la udiva da un pezzo la voce arcana che annunzia il dolore, ma cercavo d'ingannare me stesso e di riconfortare Evangelina.
— Le nostre traversie le abbiamo avute — dicevo; — abbiamo penato la nostra parte.
E frugavo nel passato cercando di radunare tutti i dolori dimenticati della nostra vita per farmene uno scongiuro, o per lo meno una speranza.
— Ti ricordi quel giorno che in tutta la casa dell'avvocato Placidi non era rimasto un quattrino?
— E che ti toccò mettere a pegno il tuo Vacheron... Se me lo ricordo! — sospirava mia moglie.
— Non fu una volta sola — insistevo frugando ancora; mi sta fisso in mente un certo Natale che ci rimangiammo il povero Vacheron, tante volte mangiato e rimangiato. E ti ricordi quando Augusto s'ammalò stando a balia! che sgomento! E quando Laurina ebbe quel grosso furuncolo e bisognò far venire un chirurgo dell'Ospedale Maggiore per tagliarlo — che orrore!... E la costipazione tremenda che ti aveva tolto la voce! E... e...
— E la morte violenta del nostro merlo per avere inghiottito un ago da cucire? — diceva Evangelina mettendo una nota schietta in quella falsa elegia.
— Tu scherzi ora; ma di' non fu anche quello un dolore?