— Senti, babbo — mi disse — vieni qua.

E quando le fui vicino, volle che mi chinassi per dirmi all'orecchio:

— Non l'hai sgridato, non è vero?

V.

Speriamo! — mi disse il medico avviandosi meco a visitare il piccolo ammalato.

Altri prima di lui me lo aveva detto: «Speriamo!» È il trastullo degli sventurati. Quando un vento maligno ha scoperchiato la casa e si è portato via tutta la gioia, tutta la pace che conteneva, che fa l'uomo? Siede lagrimando in mezzo alle rovine, raccoglie i fuscelli e le bricciole e se ne fa uno strano balocco. Ogni cosa intorno a lui piange, ed egli pure piange, ma intanto porge l'orecchio a una voce che canta.

A me quella voce aveva detto che la malattia di Augusto era una cosa da nulla, una infreddatura, una leggera gastrica; e me lo continuò a dire con un'ostinazione stupida o maligna fino al capezzale del mio caro infermo, quando la faccia del medico si era oscurata, e già l'anima mia aveva letto la propria condanna.

Stavamo entrambi in silenzio; non osavamo interrogare il medico mentre scriveva la ricetta, quando egli si rivolse a me per dirmi che bisognava mettere le pezzuole fredde sulla gola del piccolo ammalato e mutargliele con frequenza, e che si doveva fargli tenere continuamente dei pezzetti di ghiaccio in bocca, e dargli una cucchiaiata di chinino ogni mezz'ora, io dissi di sì col capo a ogni consiglio, ma non osava domandare come si chiamava la mia sciagura, perchè lo sapevo.

In anticamera la povera Evangelina ebbe il coraggio di chiedere:

— V'è pericolo?