Allora egli ha pietà del mio strazio e trangugia la bevanda amara; ed io respiro perchè ho mezz'ora di pace!

Ecco, ripassano dinanzi agli occhi miei tutti gli spettri melanconici della veglia; i mobili scricchiolano, e a ogni nuovo rumore è una orrenda immagine.

A intervalli guardo nell'anima mia, e mi piglia un'immensa pietà di me stesso. Quale rovina! Nulla più vi rimane, nemmeno l'amore forse. Mi pare che si venga formando nel mio cervello un pensiero egoistico capace di lottare con la sventura e vincerla. Già dico fra me e me: «che bella cosa essere indifferenti a tutto!»

Non è forse il principio dell'indifferenza? Vi penso.

«Che m'importa della casa, della mia poca ricchezza che m'è costata tanto? Che m'importa del mio nome, della mia fama? Sono stato veramente uno sventato. Ero forte e baldanzoso, potevo rimanere solo a sfidare la povertà e la vita!

Non avrei oggi mio figlio morente! E dove sarebbe Augusto? E di chi sarebbe la mia Evangelina che amavo tanto? L'amore! Che cosa è l'amore? Il dolore forse. E il dolore che cos'è?»

Una mano mi regge il capo, che lotta a fatica col sonno.

— Vatti a riposare — mi dice Evangelina — sono qua io.

Apro gli occhi e guardo quel viso bianco e melanconico. Mi sembra d'amare ancora.

— Hai dormito? — domando a mia moglie.