Porgo orecchio e non odo verun rumore. Potessi almeno dormire! Potessi dimenticare per un'ora sola la mia sventura!

Richiudo gli occhi; ecco ancora i fantasmi; provo a fissare col pensiero altre immagini, e riesco, e spesso la mia mente è lontana; ma essi, tenaci, sempre al mio capezzale.

Ora sono con la mia Laurina, voglio essere con lei sola; il dolore mi ha fatto ingiusto; e in questi giorni l'ho dimenticata. Che fa essa in questo momento? Dorme. E io la vedo in una camera ignota, in un letto non suo, con la manina sotto la guancia e con le labbra socchiuse.

Mentre pensavo alla mia bimba, e coll'intensità del desiderio me la raffiguravo in quell'atto, cento fantasmi mi sono passati dinanzi e mi hanno fatto la loro smorfia; eccone degli altri; un visino di donna che sorride, una testa scapigliata di fanciulla che sorride ancora, una faccia dolente che non sorride più, un volto rugoso che minaccia.

Per un pezzo è questo il mio sonno; poi, non so quando, non so come, la folla si dirada, scompare, e io torno al capezzale d'Augusto. Finalmente dormo.

Dormo, ed ecco il mio sogno.

È notte alta. Evangelina si riposa nella camera vicina, e io veglio co' miei pensieri al capezzale di Augusto. Rifaccio tutta la via percorsa dal giorno che ho conosciuto Evangelina; ritrovo tutte le mie gioie, e m'avvedo ch'erano nient'altro che speranze; perchè quando io avea assaporato una comodità domestica o una soddisfazione d'amor proprio, si sottintendeva sempre che tutto ciò era per i miei figli.

Ritrovo pure i miei vecchi dolori, e misurandoli con l'immenso dolore presente, mi sembrano indegni d'avermi fatto soffrire. Non aveva io perduto l'appetito la prima volta che il cronista di una gazzetta aveva scritto di me che ero troppo grave, e della mia eloquenza che era vecchiotta e sentimentale, portando invece alle stelle l'arguzia e l'efficacia dell'avvocato Righi mio rivale? E sentendomi ripetere dallo stesso cronista le medesime censure, e sentendo dire ancora dell'avvocato Righi che era arguto ed efficace, e ciò alla distanza di un mese, con le identiche parole, come se l'industrioso cronista le avesse incise nell'acciaio o nel marmo, anzichè stampate in un'effemeride, non avevo io avuto la dabbenaggine di perdere un'ora del mio tempo a far la critica coscienziosa della mia eloquenza e della mia gravità per vedere d'emendarmi?

Sì, io aveva fatto questo e altro nel buon tempo.

E penso: se quel cronista mi volesse fare la compitezza di stampare domani che io sono un asino, anzi un cretino, che ho scroccato la mia riputazione nel foro, e che invece l'avvocato Righi è un colosso?